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- ciro e consorte ci hanno lo scùp: a retequattro la programmazione dei film la fa un comunista.

- le peggiori copertine della storia della musica secondo jeff bridges (che ha un sito bellissimo).

- “when I die, I want to go peacefully like my grandfather did, in his sleep - not screaming, like the passengers in his car”. e altre perle, qui.

- “we’re not dating!” Bill interrupted, frowning“. Repubblica oggi scopre il fenomeno Tokio Hotel, io il fenomeno delle slash fiction sui Tokio Hotel.

- ho cancellato la pagina “saccenza” perché era troppo, beh, saccente. ma la luce l’ho vista lo stesso: bettye lavette, live.

è raro ma accade: l’aquaplaning pedonale è una realtà provata scientificamente. di solito, sulle mie giunture. sempre di solito, con l’ausilio dei meravigliosi sampietrini cavi made in korea che stanno sostituendo i serci cittadini. perché l’operazione avvenga correttamente, c’è bisogno della proverbiale mano che spinge la mentos nella bottiglia di coca cola: nel mio caso si tratta di un paio di scarpe marca clarks che per qualche motivo mi trovo ad indossare sempre quando inizia a piovere. come voi fashion victim di merda all’ascolto saprete, le clarks = suola piatta. hence, l’aquaplaning pedonale. di solito scivolo un po’ come sul ghiaccio, mi produco in un triplo axel o in un doppio tollup con la stessa grazia di pippo di topolino (anche più o meno emettendo gli stessi suoni sconnessi e gutturali), provocando ilarità negli sconosciuti (sempre numerosissimi) astanti. nell’imbarazzo che invece di essere generale è solo mio personale, almeno riesco a non finire ruzzolando a terra. più raramente, ciò avviene con conseguenze fisiche degne di un bollettino di guerra di un calciatore pescato a caso dal nostro campionato maggiore.

quando avevo scritto la bozza di questo post era l’inizio del mese. in una settimana mi ero sfracellata due volte le rotule. la prima delle due, aquaplanando leggiadra sul taglio di un gradino di un bus atac nuova generazione (più nuovi i bus, più taglienti i gradini, ancora poco consumati dalle ciocie delle anziane de roma). è trascorso un bel pezzetto di tempo e la botta non si riassorbe. non solo l’obbligatorio ficozzo ha preso residenza stabile sopra la mia gamba, ma al di sotto di quello mi ritrovo con una fossetta. come quelle in faccia, solo sulla gamba. insomma, un buco. al tatto è dolente. secondo voi quando vado dall’angiologo mercoledì mi taglierà l’arto? dov’è dottor house quando serve? e perché invece di camminare pattino? posso inventarmi una class action (però da sola) contro l’atac? e contro i sampietrini del comune di roma? ah, quante domande.

“architecture is not buildings. we get confused lots of times because architecture and buildings are not the same, and i don’t think it’s a question of semantics. but i think it’s very important to point out that buildings ARE buildings. they are made out of bricks and stone and concrete and wood and plastic (…) they have a space that they contain, they look like something, they are usually bigger than me (…). architecture is ABOUT buildings (…). a building is a product of arcitecture, and if one looks at it carefully enough, one can find architecture in it (…). the building is, for me, the evidence of architecture.
(…)
so what is architecture? and to ask the fundamental question, what is architecture, is to ask why does one build, why does one make buildings? and i would answer that one makes architecture first of all because it makes us at home in our modern world, which of course makes sense when we make houses, because it produces a sense of belonging, of being at the same place at the same time.
to be at home in the modern world, maybe all you need is a chair. maybe all you need is your ipod. maybe all you need is your mother calling on your telephone. maybe all you need is a good suit. maybe all of these things are not enough, no: i’m sure all of these things are not enough, but i’m also sure that most of our buildings are too much. we have to ask what is the essence beyond a good chair, and before a big house, that makes us feel at home. but we can also try to understand our world through architecture (…) because architecture can be a form of criticism, a criticism in itself. and we will show, in venice, ways in which architecture is moving beyond buildings. not because buildings are bad, but because buidings are the starting point: to find out in which way to be at home in the modern world, in which way to figure out the modern world, in which you can find your way to the modern world”.

- aaron betsky

la biennale di architettura
cincinnati art museum

la giornata è stata decisamente proficua, fin qui. ho ricevuto gli auguri via sms anche dalla famosa cantautrice. come avrà fatto a ricordarsi? il pensiero mi consuma, mentre cerco il cassonetto per le pile. in tram, as if on cue, una bimba zingara preme il pulsante play nel suo tastierino bontempi e quello spara a tutta velocità un gracchiante tanti auguri a te. niente cassonetti, nemmeno a piazzale flaminio. disappunto. ricevo chiamate a pacchi, qualcuno non sa che giorno sia ma non sarò certo io a ricordarlo, mi piace troppo questa sensazione di avere notizie da esattamente tutte le persone che avrei voluto sentire in una giornata troppo calda per essere ottobre. dal ponte vedo di nuovo un airone però mi piaccioni di più i germani reali che si tuffano e tengono il culetto nell’aria cercando l’equilibrio. ho rinunciato ai cassonetti. mi arrivano anche regali inaspettati, lo vedi? buonanotte, esco a cercare una bottiglia di traminer.