
premessa: l’unica volta che mi sono sentita male davanti a dei quadri, in full-blown stendhal mode, c’entrava il cardinale di francis bacon, quindi sarò molto cauta nel decidere se andare a vedere la doppia mostra alla galleria borghese.
invece alla galleria nazionale di arte moderna ci sono andata volentieri, anche se “retranslation – final unfinished portrait – figure inscribing a figure” ha tutto a che vedere con bacon.
bacon che muore nel 1992 e lascia nel suo studio, incompiuto, un dipinto che per molti anni è stato considerato un autoritratto, invece è il viso di george dyer, che era morto nel 1963 e che era stato disegnato ossessivamente da allora.
(per inciso, alla soprintendente: george dyer era il compagno di bacon, non “l’amico”)
come tutti i ritratti di bacon, anche questo è intriso di movimento, una serie di pennellate inevitabili da ignorare ma al tempo stesso leggere, nelle quali è inscritta la figura contorta tipica dei suoi lavori. date non da un uomo malato, non da un uomo anziano, ma vive, dinamiche, pulsanti.
peter welz, che nasce scultore, voleva fissare quel movimento e insieme dargli dignità di momento artistico a prescindere dalla figura. voleva rimettere in moto il pennello appoggiato sul cavalletto. ha chiesto a william forsythe di aiutarlo. e william forsythe non solo ha detto sì, ma questa intenzione si è messa a ballarla lui stesso.
ci sono una serie di cose straordinarie in questa installazione, e io che non ho la cultura o il bagaglio per capirle nella loro profondità mi limito ad osservarne alcune di molto superficiali: che forsythe, capelli quasi a zero e nerovestito, sembra una figura uscita da quei quadri, da quel quadro. gli somiglia. al quadro, che in una riproduzione si specchia e fronteggia tre maxischermi che restituiscono l’immagine del coreografo che si muove come un filo nervoso – contratto, disumano – in una stanza immacolata. ripreso da tre telecamere diverse, indossa guanti e scarpe ai quali sono stati fissati delle mine, così che ogni volta che si sposta sul pavimento – secondo uno schema che è quello delle pennellate di bacon – lascia quegli stessi segni a ogni passaggio. diventa il dipinto stesso, lui inscritto dentro i tratti delle proprie stesse pennellate. se lo sforzo che forsythe compie serva a concludere il ritratto lasciato interrotto o piuttosto a raccontarne la storia fino alla morte di bacon, non l’ho deciso ancora. ho guardato l’installazione cinque volte e ogni volta con una decisione diversa, arrivando in fondo molto turbata. ma sempre con l’impressione di aver assistito a un rito privatissimo.
“retranslation” apre al pubblico il 3 ottobre.