Archiviazioni mensili: Marzo 2009

l’alfabeto a forma di cielo, via dezeen

(prometto solennemente che poi per un po’ smetto di parlare di svedesi)

allora io al fatto che ci sono gli a camp al circolo magnolia il 20 di aprile avevo anche smesso di pensare. voglio dire, è di lunedì! voglio ri-dire, nina persson è famosa perché perde la voce dopo le prime tre canzoni! voglio ri-ri-dire, il disco nuovo è gneppers*! per non parlare del fatto che è a milano, ehm. piccolo dettaglio trascurabile, volendo essere miopi nel cervello. e io lo sono: ah, se lo sono!

mammerdasecca, il concerto doveva proprio aprirlo kristofer astrom?

giubilo e disperazione.

* termine tecnico.

facciamo questa lista dei quindici dischi che ci hanno cambiato la vita. quando mi accorgo che non ho trovato spazio per “what would the community think” mi si apre una voragine di ricordi e torno alla prima volta che ho sentito cat power, su una cassetta di monia con la copertina a forma di egon schiele. nude as the news era la prima traccia, sul primo lato c’era anche the bed di lou reed, il secondo cominciava con shut the door dei fugazi. quando poi ho eliminato tutti i dischi che avevo in cassetta credo sia una delle tre cose che ho conservato. che non posso riascoltare ma che sono su una mensola, contro il soffitto, a respirare aria pulita. era di una bellezza lancinante, e mi dispiace usare un aggettivo così abusato, perché nella mia testa appartiene solo a quella compilation.

monia comprava dischi a pacchi e ogni 45 giri, ogni 33, veniva scrutato per leggere i messaggi nascosti, graffiati sul bordo di vinile prima dell’etichetta. mi ha insegnato questa cosa. ancora oggi cerco prima quelli, poi molto dopo le tracce di un’usura che renderebbe l’album inascoltabile. mind over matter? magari ho già comprato il disco, poi mi accorgo che salta. sono un genio.
ma mi interessano davvero questi contatti segreti da loro – musicisti – a noi – pubblico minimo. questo gioco del telefono senza fili dove in partenza e in arrivo la comunicazione è sempre uguale, ma ha un significato diverso a seconda di chi legge.

poi un giorno della settimana passata trovo “long gone before daylight” usato e graffiato e non so da quanto tempo era che il mio rito (inclinare la busta; far scivolare il disco; cercare il messaggio), non dava frutti.

ora, immagina quanto può essere scimunita una persona se riesce a emozionarsi per una cosa del genere:

(sull’altro lato: “the little holes in your veins”)

no, “long gone before daylight” non è nella lista dei quindici. forse dovrebbe.

“i’d like to say good-bye
to a complicated mind
but when i walk and wave
i’m stalked all day
by california lives
and things i didn’t try
ways you were unkind
and the strangest colored eyes”

- matthew caws, daniel lorca, ira elliott

la stazione termini alle 5:47 del mattino con dirge dei death in vegas in sottofondo è perfetta. dalle terme di diocleziano ai binari in un unico corridoio di aria gelida. perfetta. da provare.

distance has no way of making love understandable –

ti ho sempre tenuto la mano, arrivavi verso di me dall’altra parte del mondo. abbiamo passato tutta la nostra vita adulta a parlarci. questo significherà pure qualcosa. o no?
non è mai importato non sentirti per un mese o sei, o parlarti per ventiquattro ore di seguito e poi sparire per un anno. solo che ora i vuoti in mezzo pesano. mi… preoccupo. non me l’aspettavo. non era nei patti: abbiamo sempre funzionato come due boomerang, con la libertà di fare il giro che volevamo. l’importante era raccontarci tutto quello che avevamo visto, nel mezzo. solo che ora non so se ci sei, o in che pezzo del pianeta. dire che mi manchi in una lingua diversa dalla tua è insieme esatto e impreciso. è troppo poco, per te. dall’altra parte suona vuoto e mi spavento.

the comfort of fireflies
long gone before daylight

“the fact that i was a girl never damaged my ambitions to be a pope or an emperor”.

- willa cather

ha!

- where is your beau?
- here, silly!
- no. your beau, your boyfriend, your escort…
- no, i tried escorting but i didn’t like it. so i’m getting myself to a nunnery

lo so da me che è stupido stare per strada mentre metà della città dorme e l’altra metà deve ancora rientrare dai bagordi del sabato notte. potrei/dovrei stare sotto le pezze, per dirla col gladiatore romano che sta traslocando nella mia cassa toracica. e invece sono a piazza trilussa a passeggiare, solo passeggiare, mentre il sole – pallido, non come quello di ieri, questo non fa male agli occhi – spunta fra un palazzo e l’altro. ora la vedi, ora non più, a ogni falcata cambia idea e torna dall’altra parte del mondo. cammino veloce perché da qualche parte nella testa c’è residua quella fettina sottile di paura che mi dice con voce da nonna papera che potrei fare brutti incontri. non me ne accorgerei, comunque, perché ho la musica altissima sparata nelle cuffie. non sento nessunissimo rumore. ed è meglio, perché intorno si prepara la maratona, e non è affatto poetico tutto questo buttare transenne, aggiustare nastri, montare tende della protezione civile, apparecchiare tavolini con le bottigliette d’acqua. questo per il contro.

il pro è che così tutta richiusa intorno all’organizzazione la città si restringe nella mia mano. diventa una pallina di carta, così piccola. e posso camminare da trastevere a piazza fiume, precedendo le deviazioni dei bus, in trenta minuti, infilandomi nei vicoli dietro torre argentina per divertirmi a scoprire dove mi portano. non ho fretta. e anche arrivata, avrei continuato a camminare. tutto è vicinissimo e familiare. non è un giorno come tutti gli altri, e la maratona che imbalsama tutto c’entra solo a metà.

una canzone diventa un’altra senza che io me ne accorga e fascination street è perfetta mentre ho il permesso di camminare sui binari del tram o su una linea di mezzeria per tutto il tempo che voglio, perché non c’è nessuno, dietro di me. o come me, adesso.

passavo le giornate a casa a disegnare. in ginocchio, fogli su fogli. alberi. le mie mani. visi.

oggi che ci ripenso faccio fatica a pensare alle mie mani che ne disegnano altre. davvero non so più come si fa.

non facevo entrare nessuno. rispondevo a una sola telefonata, e quella telefonata andava avanti per ore.
e di nuovo sul pavimento e la testa bassa, come in una preghiera. la fronte a terra. la musica lontana dalle dita. un rumore continuo. il caldo del tetto dietro la schiena. poi ogni tanto arrivava una lettera.

davide abitava quasi accanto al lago, avevo controllato sulla cartina. mi mandava fogli a quadretti verdi, gialli, celesti. fogli a4 con i buchi per i quadernoni con gli anelli. non ne avevo mai visti usare per farne carta da lettera. mi stupivo di tutto, quell’anno.

quegli anni.

provavo anche io. ma non riuscivo a disegnare sulla carta colorata. e i quadretti mettevano paura alle mie piante, gli alberi nascevano storti, non si abbracciavano alle colonne prestampate, le nuvole invece le schiacciavano le righe.

usavo carta da pacchi, allora. erano più disegni che parole, ma davide insisteva – continua a raccontarmi. mi piace come racconti le cose.

le cose. :)

e mi mandava cassette su cassette. era il suo modo di raccontare. mi ricordo che “summer teeth” aveva la carta celeste. anche i soul coughing. i belle and sebastian erano verdi, la scritta rosso scuro. i pavement non lo so più, ma ricordo che alessio la rubò quasi subito. non mi piaceva quasi nulla. non eravamo d’accordo su nulla. i wilco mi facevano schifo. st. germain non ne parliamo. a me piacevano i jean paul sartre experience. cynthia dall. i massive attack. se non disegnavo facevo rewind e play, rewind e play, del momento all’inizio di “long snake moan”, quando pj harvey mugola*. rewind e play. rewind e play.

rewind e play. era chiaro che mi sbagliavo. non c’era la mia musica e la sua. c’era tutta la musica e io non lo vedevo. mi piacerebbe dirglielo adesso, a davide, ma non glielo posso dire perché ho dimenticato il suo cognome, o il nome del paese accanto al lago. su st. germain però non ho cambiato idea.

* ps. provato a rifare ora, con l’mp3. molto più soddisfacente. evvai.

:.. :*

01 face me (plaid + alison goldfrapp); 02 i just want to see you underwater (here we go magic); 03 archangel – burial cover (banjo or freakout); 04 kisses (elbow); 05 happiness (riceboy sleeps); 06 i love you, i’m going to blow up your school (mogwai); 07 sunday afternoon (rachael yamagata)

una sonorizzazione per letto sfatto.

sono sempre più convinta di volere i figli di guy garvey (vedi qui sotto). anche contro il suo parere.

know that while you sleep
everything has changed

il fatto che sia ricominciato “sensualità a corte” mi predispone bene nei confronti del mondo. quantomeno davanti alle notizie sgradevoli che arrivano dal lavoro posso sempre ricorrere all’insulto creativo così come lo insegna la somma simona garbino (madreeeeeh).

per essere una che non li ama particolarmente, i sure as hell listen to a lotta radioheddi.

nopilotflyingprivateplanetosmoochyouonthehillsofSpain!
nocatapulttoallnightkissesthatoldthingjustalwaysmisses

però non l’ha fatta, MANNAGGIO.

:.. :o

01 tainted love (gloria jones); 02 chicken payback (the bees); 03 i don’t want no mama’s boy (erma franklin); 04 get off the internet (le tigre); 05 attack of the 60 ft. lesbian octopus (does it offend you, yeah?); 06 yes i do (chicks on speed); 07 genius of love (tom tom club); 08 way you walk (papas fritas); 09 do i look like a slut? (avenue d); 10 push it (salt ‘n’ pepa)

andare a non dormire all’alba e riaffacciarsi sul mondo che sferraglia poco dopo, tutte e due le volte con vashti bunyan che canta cose a caso in quella maniera così pastorellesca è geniale. è l’unica maniera che c’è. è perfetta. è un film. non ti fa vedere le cose brutte. anzi no: ci sono. e sono dolci. la cenere sui tavoli, le lattine sotto, le briciole che si attaccano ai calzini e io che interamente dovrei infilarmi in lavatrice, programma macchie ostinate, fango, vino, erba, più erba – di un altro tipo. vashti, me and you, and you, and you too. che peschiamo la pasta al forno dalla teglia bollente con le dita. che ci rincorriamo nei discorsi e ci costruiamo castelli ridicoli. che aspettiamo lolita alla finestra. che continuo a guardare l’ora e spero che arrivi, ma non arriva. che ci dividiamo una birra che sembra lunghissima. che qualcuno mi passa la mano nei capelli e mi sento come se fossi appena venuta al mondo. che perché non abbiamo mai parlato così, prima?

- c’è un altro sito che mi piace, si chiama gawker (…)
- chi lo fa?
- nick denton, un ex giornalista omosessuale del financial times

marco benedetto, vicepresidente del gruppo l’espresso, intervistato dal sole 24 ore oggi.

altre valutazioni

cy twombly alla galleria nazionale di arte moderna

when i am an old woman, i shall wear purple
with a red hat that doesn’t go, and doesn’t suit me.
and i shall spend my pension on brandy and summer gloves
and satin candles, and say we’ve no money for butter.
i shall sit down on the pavement when i am tired
and gobble up samples in shops and press alarm bells
and run my stick along the public railings
and make up for the sobriety of my youth.
i shall go out in my slippers in the rain
and pick the flowers in other people’s gardens
and learn to spit.
 
you can wear terrible shirts and grow more fat
and eat three pounds of sausages at a go
or only bread and pickles for a week
and hoard pens and pencils and beer nuts and things in boxes.
 
but now we must have clothes that keep us dry
and pay our rent and not swear in the street
and set a good example for the children.
we must have friends to dinner and read the papers.
but maybe i ought to practice a little now?
so people who know me are not too shocked and surprised
when suddenly i am old, and start to wear purple.

- jenny joseph

baricco oggi a pagina 39 di repubblica dice “obbiezione”. terza colonna, unico capoverso.

altri ceci fecondi al vescovado!