Archiviazioni mensili: Dicembre 2008

whatever happens. whatever
what is is is what
i want. only that. but that.

- galway kinnell

http://frre.fr.freee.frfr.e.free.fr/ si qualifica come URL più assurda del millenniolo.

la musica importante per me, riflettevo, non riesco proprio a separarla dalle cose che vivo tutti i giorni. non è nemmeno il concetto della colonna sonora. le canzoni sommergono come katrina a new orleans l’edificio di intere giornate. buie e non solo. a volte spazzandole via, a volte lasciandole peggio di prima. seventh tree è l’unica consolazione che ho avuto in tutto l’anno. mi ha cullata quando ne avevo bisogno, mi ha sostenuto ed eccitata (“but there’s maybe pills at work”), mi ha fatto ballare e ballare. mi ha commosso. mi ha fatto ridere (“titties that live on on and on on and on”). è stato il tutore del mio albero interiore. e spesso sono state solo sequenze di suoni a muovermi. a me che ascolto i testi più di tutto non sono servite le parole – capisco quasi zero della pronuncia di alison goldfrapp. è stata molto di più la musica. quella massacrata da chi ha molto amato felt mountain, e ha ritenuto questo disco la sua copia in brutto. da chi s’è messo a ballare su supernatural e questo lo ha trovato lento in maniera imbarazzante. che poi

but when it fades, when the glitter’s gone

e seventh tree è proprio quello che rimane ad aleggiare in una stanza quando il glitter si poggia a terra. l’esplosione si calma e c’è questo lunghissimo afterhour di passioni. una eco incredibile di tutto quello che l’inghilterra ha prodotto in trenta, quarant’anni. c’è nick drake e vashti bunyan, ci sono i beatles e il post-punk, la pastorelleria vicino all’electro. il video di “a and e” poi è esemplare, la migliore nota stampa mai prodotta: le foglie del bosco si riempiono di vita, in realtà erano ballerini nascosti a terra – i contrasti surreali si apparentano senza un senso, ma quando ascolto e quando guardo il senso c’è. ed è tutto il senso (“i won’t let it make you mad, it’s already crazy”) che serve ad attraversare una giornata, tutte le giornate, un anno, tutta la vita. questo è un disco che non si lascia in una classifica di fine anno ma si porta verso l’età adulta (l’anzianità di servizio?) perché è un disco importante, culturalmente, spiritualmente, umanamente. è un disco bello: quella parola che in inglese non sanno tradurre senza finire sbrodolati subito dentro un superlativo che ammazza ogni sfumatura, ogni poesia, ogni semplicità.

ma non riesco a capire. su disco bravo ci sono solo cinque voti per goldfrapp (nessuno mio, parola di boa scaut). mi leggo le recensioni da gennaio in giù: la cosa più frequente scritta su seventh tree è che fa venire sonno. i forum, poi, sono di una cattiveria hooliganesca, vivono questo disco come un tradimento, come una canzone di pupo dopo calvin harris, e senza nemmeno il missaggio in battuta: sfumandolo! bestemmia!

the folly of a monster love like you

invece, io.
io se avessi una bandiera nella quale fotografarmi addormentata come gli who ai tempi quella dovrebbe essere a forma di gufo o con la copertina di seventh tree stampata su (a proposito alison goldfrapp/gemella olsen a scelta: i cannot unsee it). voglio così bene a questo disco che l’abbraccerei a rischio di piegare a metà il 33 giri. peccato non facciano più gli album di liquirizia, lo squaglierei e lo berrei.

listen to the radio like a friend that guides me

per inciso: a me goldfrapp non piace!!! del resto fu l’anno del cambiare idea su tante di quelle cose che forse non dovrei stupirmi più di nulla di quello che faccio.

how’d you get to be happiness?

via

“time has just slipped out of me. someone will have to come and clean it up”

- il papà di eric roth

foto di charlie cravero, via

this ocean, humiliating in its disguises
tougher than anything.
no one listens to poetry. the ocean
does not mean to be listened to. a drop
or crash of water. it means
nothing.
it
is bread and butter
pepper and salt. the death
that young men hope for. aimlessly
it pounds the shore. white and aimless signals. no
one listens to poetry.

- jack spicer

oggi ho ricevuto almeno 206 messaggi di auguri. il numero non è a caso, è una stima piuttosto vicina al numero reale (vicina e non coincidente perché a un certo punto ho svuotato il cestino). quasi tutti e 206 i messaggi consistevano all’incirca nella stessa catena di santa claus: alberelli in gif animata, calligrammi, cagatelle copiate da qualcuno e riproposte senza un minimo di tocco personale. nemmeno la firma per salutare, via. considerando che oggi è solo 22 la cosa può solo peggiorare. il primo che mi dice quant’è bello il natale qui e com’è calorifero lo spirito festivo là lo prendo a mozzichi sul lobo temporale.

ma questa lista non è completa perché devo finire tante di quelle cose che forse due o tre aggiunte ci rientrano.

one day you won’t remember me

volevo ringraziare il tassista che mi ha portato a monteverde questa mattina, perché oltre a essere tassista era soprattutto un mio simile, e più passano i giorni più mi sembrano in estinzione, loro. quindi mi è tanto più bello l’incontro con qualcuno col quale mi accorgo di parlare la stessa lingua. non parlo di cultura. non parlo di politica. parlo di sentimenti. stupidi sentimenti con i quali non costruiremo carriere né case né importanti infrastrutture tipo ponti sugli stretti o ferrovie superveloci.
e tutto si allinea quando due parlano la stessa lingua, tutto gira intorno a loro, il volo degli orridi piccioni così sincronizzato sembra fatto apposta per sottolineare una frase che nasconde un desiderio. c’è il sole e pure quello è un piccolo complotto fatto apposta per asciugare pavimenti, lenzuola, pure qualche malinconia che si secca e cade a terra, e invece nell’aria fra lo sportello che si apre e me nel mio cappotto si infila van morrison. è solo “have i told you lately that i love you”, non è fondamentale né importante, ma è tanto tempo che non la sentivo, e mi culla fino alla notte in un vicolo dove la cantiamo prima forte forte come sotto una finestra, poi piano piano perché la finestra non c’è. non ancora, almeno :)

alice munro
io l’ho scoperta
solo quest’anno
(e me ne vergogno assai).
per recuperare il tempo perduto
cerco di leggerne il meno possibile.
così mi dura di più.
non ha senso, esatto.

e chi non scopre il mio disco dell’anno è un pisquano!

qualche volta entro in un museo perché piove e ho la mattina libera e non so dove andare. e non c’è una mostra, è solo qualche cosa che mi piace rivedere. a palazzo massimo per esempio c’è il pugilatore. nei magazzini del museo della civiltà romana ce n’è una copia esatta ed è col viso contro un muro, mi fa ridere: sembra offeso. a palazzo barberini giuditta e oloferne, vero quadro pulp. nella chiesa di santa maria del popolo la conversione di san paolo. non è un museo ma come se. ed è come se fosse appena stata dipinta, il colore è così violento che sembra appena lasciato sulla tela. e la luce, la luce mi ammazza (forse è la sindrome di stendhal). nella galleria borghese c. mi ha insegnato che l’apollo e dafne di gian lorenzo bernini è come un cartone animato, e girandogli attorno vedi la trasformazione succedere davanti ai tuoi occhi e se stringo gli occhi e immagino di essere nel 1625 riesco a capire la gente che sveniva davanti alle statue, l’emozione, lo spavento. è un po’ come i primi spettatori davanti ai filmini dei lumière. credo.

when the lights went down you shone

di questa a pitchfork non è giunta notizia, credo.

dieci giorni zitti nell’appennino a imparare a respirare non mi hanno tolto la ruga di corruccio da in mezzo agli occhi. all’inizio però a me sembrava di sì. poi una signora gentile che si chiama anna kristi si è venuta a informare. anna kristi. sto cercando di ricordarmi i nomi delle persone che erano con me anche se i nomi sono dettagli, dice il maestro, non sono così importanti. samba (!) antonaelia donatella vaiva giovanna mary cristiano marco michele john e sì che eravamo in novanta.

“sire nostro che è in the sky!
maestà!
forse lei non sa qual è la mia personale classifica dei maschi.
allora, io divido i maschi in:
-mostro
-cesso
- passabile
- fico
e
- fico imperiale

ecco. per noi, sire, lei è un fico imperiale.
di più!
turbofico imperiale a elica.
di più!
gran fico d’olanda più lussemburgo e lichtenstein! bello tra i belli!
sobrepin di tutti i sargenor!
tachipirina che raffredda le nostre teste calde!
solfo di tutte le solfe!
gran pacco!

sire, per noi lei il pezzo mancante di tutte le sorprese kinder.
petardo da cui si è creato l’universo!
forgiatore dei cieli e della terra!
vaso del pandoro!
scolpitore di astri!
modellatore di stelle e di tutti i buchi neri circolanti!
gran stecco ducale e gran soleil, nettare degli dei!
spada nella mia roccia!
mio imperatore!
gran visir gran mogol gran marnier
re dei re
re del galles e del filo di scozia!
depositario del terzo segreto di fatma ruffini!
cinturone della mia gibaud!
colosso di godi!
golden god!
dirigibile mai sgonfio!
gran pezzo di body art!
zar di tutte le russie e sovrano dei paesi bassi,
tavoliere di tutte le puglie e grandissimo gargano!
ape regina e capo dei fuchi!

passito del mio caluso!
erba della mia luce!
monviso da cui nasce il popò!
ola delle ole!
quinto bee gees!
fermento lattico primordiale!
sushi freschissimo!

lei è
eccelso
esimio
esagono
enorme
esattore di tutte le tasse
ettore di tutte le troie, intese come città
emerito enduro, inteso come moto
e bravo figaro
bravo bravissimo
vita più nobile
no non si ha,
gran moka da dodici!”

-luciana littizzetto

io: comunque pensa se la casa si fosse allagata nel weekend. avremmo dovuto buttare tutti i mobili, i gatti minimo sarebbero morti fulminati…
collega s.: mamma mia come se vede che hai fatto il ritiro buddhista quest’estate…
io: ?
collega s.: sì, vedi del buono pure in questa cosa…
io: no, buddhista no… MEMOLE!* **

* citavo “rancido? mmmno… stagionato!” di manolito.
** sì, s’è allagata la casa. a emergenza tevere ampiamente esaurita. ma quanto siamo bravi!?

(per continuare una tradizione cominciata qui)
forse un po’ anche la copertina è mottobbella.

- ovvero altre cose strane che ho sognato e non dovrei bullarmene qui né con gli amici al bar -

dottore, che vuol dire se ho sognato che cucinavo la pasta al forno disponendo i candeli fuori formato della pasta di gragnano nel ruoto facendo fare loro un allegro girogirotondo? non mi dica che anche qui c’è qualche simbolo fallico. poi mi sono svegliata e la pasta al forno l’ho fatta davvero. ho conflitti non risolti con la figura materna? solo che la dura realtà si è scontrata con il mio subconscio e di cuocere i candeli interi non c’è stato verso. sono evitante, giusto? e rispetto al sogno la pasta era meno buona perché ho scordato il sale. ho poca autostima? però la bechamel per la prima volta non mi è impazzita. vuol dire che il 2009 è l’anno della bilancia, vero? la pre-e-ego.

se l’avevo già imparato non l’avevo mai espresso, e nemmeno reso chiaro a me stessa, ma quest’anno è diventato lampante. che esiste il mondo dei brutti, e il mondo dei belli. e quelli del secondo non sono solo ghei come diceva ieri luciana littizzetto da fazio. come lei – o come le donne alle feste che lei fissa – sbatto la testa al muro e lascio i buchi, perché sono in un mondo e non nell’altro. nel mondo al contrario dove è tutto più contorto, più difficile, più diavoletto di maxwell in una stanza senza finestra a far casino. nel mondo al contrario che sembra una poesia di bishop. e infatti la regola non scritta è che poi ce ne moriamo, per chi non parla nemmeno la nostra stessa lingua. quelli belli. i cui sintomi di appartenenza sono più che conclamati. i sintomi? non sono solo esteriori. non mi farete mica così superficiale? li cerco – che cattiva! – in quelli dell’altra sponda, qualche volta li trovo, e sono lieta di accoglierli fra le fila di noialtri. non che loro lo sappiano, per carità. non c’è nemmeno un comitato di benvenuto. molte più volte mi incanto a guardare chi fa parte dell’altra fazione e nemmeno lo sa. è tutto molto solo.

il cane di lena “sempresialodata” headey si chiama angela lansbury.
il cane di kristin “olivesnook” chenoweth si chiama madeline kahn.

streep con la bronchite, quel rinco di letterman e l’epica audizione bilingue per king kong con dino de laurentis.
(credo che – in apertura – la band stesse suonando “a girl like you” di edwyn collins)

quando hai smesso di fare le scale. prima sembrava una conquista, la libertà assoluta di decidere. ora ti mancano. faresti settanta piani correndo e cantando. correndo e ridendo.

l’ultima mattina in hai piegato quella maglietta. qualsiasi maglietta. due calzini rammendati. poi nessuno.

una foto. più tardi ne farai un’altra. non lo sai che è una bugia. non lo sai perché guardi avanti davvero, davvero ci credi.

una nuvola lilla. poi pensi che così non la vedrai più. continui a tenere gli occhi oltre la finestra. non torna più.

e che cosa rimane? scarpe mai usate, armadi di vestiti da stirare, una vecchia fotografia, l’impronta di una nuvola.

“caught in a trap and i can’t back out ’cause i love you too much, baby”, o la fine di un prurito intellettuale durato dieci anni.
(altrimenti detto “ti piace mark eitzel perché sei babbazza come lui”, or something to that extent, o rialtrimenti ridetto “aaah ma allora ecco!”)

explaining that i’m just visiting

(via)