la musica importante per me, riflettevo, non riesco proprio a separarla dalle cose che vivo tutti i giorni. non è nemmeno il concetto della colonna sonora. le canzoni sommergono come katrina a new orleans l’edificio di intere giornate. buie e non solo. a volte spazzandole via, a volte lasciandole peggio di prima. seventh tree è l’unica consolazione che ho avuto in tutto l’anno. mi ha cullata quando ne avevo bisogno, mi ha sostenuto ed eccitata (“but there’s maybe pills at work”), mi ha fatto ballare e ballare. mi ha commosso. mi ha fatto ridere (“titties that live on on and on on and on”). è stato il tutore del mio albero interiore. e spesso sono state solo sequenze di suoni a muovermi. a me che ascolto i testi più di tutto non sono servite le parole – capisco quasi zero della pronuncia di alison goldfrapp. è stata molto di più la musica. quella massacrata da chi ha molto amato felt mountain, e ha ritenuto questo disco la sua copia in brutto. da chi s’è messo a ballare su supernatural e questo lo ha trovato lento in maniera imbarazzante. che poi
but when it fades, when the glitter’s gone
e seventh tree è proprio quello che rimane ad aleggiare in una stanza quando il glitter si poggia a terra. l’esplosione si calma e c’è questo lunghissimo afterhour di passioni. una eco incredibile di tutto quello che l’inghilterra ha prodotto in trenta, quarant’anni. c’è nick drake e vashti bunyan, ci sono i beatles e il post-punk, la pastorelleria vicino all’electro. il video di “a and e” poi è esemplare, la migliore nota stampa mai prodotta: le foglie del bosco si riempiono di vita, in realtà erano ballerini nascosti a terra – i contrasti surreali si apparentano senza un senso, ma quando ascolto e quando guardo il senso c’è. ed è tutto il senso (“i won’t let it make you mad, it’s already crazy”) che serve ad attraversare una giornata, tutte le giornate, un anno, tutta la vita. questo è un disco che non si lascia in una classifica di fine anno ma si porta verso l’età adulta (l’anzianità di servizio?) perché è un disco importante, culturalmente, spiritualmente, umanamente. è un disco bello: quella parola che in inglese non sanno tradurre senza finire sbrodolati subito dentro un superlativo che ammazza ogni sfumatura, ogni poesia, ogni semplicità.
ma non riesco a capire. su disco bravo ci sono solo cinque voti per goldfrapp (nessuno mio, parola di boa scaut). mi leggo le recensioni da gennaio in giù: la cosa più frequente scritta su seventh tree è che fa venire sonno. i forum, poi, sono di una cattiveria hooliganesca, vivono questo disco come un tradimento, come una canzone di pupo dopo calvin harris, e senza nemmeno il missaggio in battuta: sfumandolo! bestemmia!
the folly of a monster love like you
invece, io.
io se avessi una bandiera nella quale fotografarmi addormentata come gli who ai tempi quella dovrebbe essere a forma di gufo o con la copertina di seventh tree stampata su (a proposito alison goldfrapp/gemella olsen a scelta: i cannot unsee it). voglio così bene a questo disco che l’abbraccerei a rischio di piegare a metà il 33 giri. peccato non facciano più gli album di liquirizia, lo squaglierei e lo berrei.
listen to the radio like a friend that guides me
per inciso: a me goldfrapp non piace!!! del resto fu l’anno del cambiare idea su tante di quelle cose che forse non dovrei stupirmi più di nulla di quello che faccio.
how’d you get to be happiness?