“peccadillo” è un falso vezzeggiativo.
perché non importa quello che dice la grammatica spagnola, non esiste peccato abbastanza minuto da poter essere dimenticato in tasca, da starti comodo addosso senza creare strane gobbe sulle schiena. non c’è una bugia così inoffensiva da non sapere comunque rosicchiare fino a fare male, anche quando si presume di avere la situazione sotto controllo. perché peccadillo quello lascia intendere: un cucciolo inoffensivo, un cosino piccolo e delizioso che sta lì, fa qualche verso che manda in brodo di giuggiole, un tesoruccio. invece la parola non indica strani animali preistorici sopravvissuti avventurosamente alle glaciazioni, e nemmeno esotici peperoncini da farti piangere di piccante.
invece sono quelle cose che tengo per me. da non credersi. erano abbastanza in fondo al cassetto, o almeno pensavo. credevo fossero senza importanza (una bugia detta a fin di bene, grano in un rosario che lascia i segni brutti nelle mani, sasso che si abitua a stare nelle scarpe e a non muoversi di lì) e potessero rimanerci. ma in poche settimane ritornano nei film, nei libri, in tv, anche in una canzone, anche se quest’ultima la scavallano, per infilarsi dentro tutte le tracce del disco di clare bowditch, australiana “di sconvolgente medietà” (come recitava un bel biglietto di auguri che conservo dagli anni ‘80 per non aver mai trovato qualcuno che se lo meritasse) ma che in queste settimane c’è stata come il cacio sui maccheroni del mio sentire. lei, le sue canzoni e non solo le sue, in un rincorrersi di parole frasi verbi buttati lì a dirmi di smettere di accatastare parole frasi verbi, smettere di nascondere sotto il tappeto cose che sento, smettere di tacere per buona educazione. cassetto spalancato, rovesciato a terra: vuoto.
il problema è, maledetti peccadilloes*, che la buona educazione non se ne va mai a dormire. e certo amore è più forte degli strappi che dò al suo guinzaglio. non lascia andare, io nemmeno, e non mi concedo nemmeno il paragone con una scena madre: sono solo io e questi selvatici di peccadilloes in siparietti che strappano aggrottamenti come strappano risatine. ma io sono davvero ridicola nei miei minuetti, mentre in queste canzoni c’è una quadratura del cerchio che clare bowditch, la signora sodastream, raggiunge con apparente leggerezza. ma avrà limato pure lei, ci scommetto, come hanno limato colleghe e colleghi di muxtape e come provo a fare io durante le piccole passeggiate fuori da me, da e verso il bar mentre mi piovono intorno gli inevitabili ultrapioppi. lì c’è per cinque minuti leggerezza, ma finisce invariabilmente quando il cervello accosta sui significati di certe altre parole, come in una mappa muta sulla quale scrivo a penna nomi di città dove non so se voglio tornare. ascolto troppo. allora niente, mi terrò la mia buona educazione vicina, che lieve come bowditch non sarò mai, assomiglierò sempre di più a gemma hayes e i suoi mumble mumble, leggerò come lei troppo in certe parole e mi stupirò di quello che gli altri non vogliono vedere nelle mie espressioni. il peccadillo mi torna scodinzolando in braccio, e fra qualche anno riproverò con l’addestramento, chi lo sa.
* grazie a joleisa!
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