Archiviazioni mensili: Aprile 2008

“peccadillo” è un falso vezzeggiativo.
perché non importa quello che dice la grammatica spagnola, non esiste peccato abbastanza minuto da poter essere dimenticato in tasca, da starti comodo addosso senza creare strane gobbe sulle schiena. non c’è una bugia così inoffensiva da non sapere comunque rosicchiare fino a fare male, anche quando si presume di avere la situazione sotto controllo. perché peccadillo quello lascia intendere: un cucciolo inoffensivo, un cosino piccolo e delizioso che sta lì, fa qualche verso che manda in brodo di giuggiole, un tesoruccio. invece la parola non indica strani animali preistorici sopravvissuti avventurosamente alle glaciazioni, e nemmeno esotici peperoncini da farti piangere di piccante.

invece sono quelle cose che tengo per me. da non credersi. erano abbastanza in fondo al cassetto, o almeno pensavo. credevo fossero senza importanza (una bugia detta a fin di bene, grano in un rosario che lascia i segni brutti nelle mani, sasso che si abitua a stare nelle scarpe e a non muoversi di lì) e potessero rimanerci. ma in poche settimane ritornano nei film, nei libri, in tv, anche in una canzone, anche se quest’ultima la scavallano, per infilarsi dentro tutte le tracce del disco di clare bowditch, australiana “di sconvolgente medietà” (come recitava un bel biglietto di auguri che conservo dagli anni ‘80 per non aver mai trovato qualcuno che se lo meritasse) ma che in queste settimane c’è stata come il cacio sui maccheroni del mio sentire. lei, le sue canzoni e non solo le sue, in un rincorrersi di parole frasi verbi buttati lì a dirmi di smettere di accatastare parole frasi verbi, smettere di nascondere sotto il tappeto cose che sento, smettere di tacere per buona educazione. cassetto spalancato, rovesciato a terra: vuoto.

il problema è, maledetti peccadilloes*, che la buona educazione non se ne va mai a dormire. e certo amore è più forte degli strappi che dò al suo guinzaglio. non lascia andare, io nemmeno, e non mi concedo nemmeno il paragone con una scena madre: sono solo io e questi selvatici di peccadilloes in siparietti che strappano aggrottamenti come strappano risatine. ma io sono davvero ridicola nei miei minuetti, mentre in queste canzoni c’è una quadratura del cerchio che clare bowditch, la signora sodastream, raggiunge con apparente leggerezza. ma avrà limato pure lei, ci scommetto, come hanno limato colleghe e colleghi di muxtape e come provo a fare io durante le piccole passeggiate fuori da me, da e verso il bar mentre mi piovono intorno gli inevitabili ultrapioppi. lì c’è per cinque minuti leggerezza, ma finisce invariabilmente quando il cervello accosta sui significati di certe altre parole, come in una mappa muta sulla quale scrivo a penna nomi di città dove non so se voglio tornare. ascolto troppo. allora niente, mi terrò la mia buona educazione vicina, che lieve come bowditch non sarò mai, assomiglierò sempre di più a gemma hayes e i suoi mumble mumble, leggerò come lei troppo in certe parole e mi stupirò di quello che gli altri non vogliono vedere nelle mie espressioni. il peccadillo mi torna scodinzolando in braccio, e fra qualche anno riproverò con l’addestramento, chi lo sa.

* grazie a joleisa!

* saluto romano?

onorevole water? onorevole water vertroni? a te che sei tifoso di cose di calcio vorrei ricordare cosa accade a un mister che imbrocchi la serie negativa della vita. che siano tre partite o sette, che sia una semifinale di coppa clamorosamente ciccata o qualche intemperanza di troppo dalla panchina, se fa innervosire il presidente, esso (nel senso dell’allenatore) viene esonerato. non ci stanno santi: alla fine del campionato non arriva. non vedo perché debba arrivarci dunque tu, o il gruppo dirigente intIero di questo scatafascio chiamato piddì. specie quando i vostri presidenti, se mi passi la sottile analogia, sono a milioni e pure incazzati neri. per cui, scivola un po’ più giù su questa panchina lunga, fa’ il piacere. lasciaci soli col nostro dolore, fatte sto viaggetto in africa. no?

i miss your kitchen window view

“Anche da quest’altra parte, nel cuore del sud ribelle, ci sono trecentomila uomini con i fucili caldi che non aspettano altro che Bossi ci dica dove andarlo a prendere a lui e ai suoi sgherri padani”.

- Francesco Caruso (mi sembra tanto “facciamo a chi ce l’ha più lungo”)

“Non so cosa vuole la sinistra, noi siamo pronti. Se vogliono fare gli scontri io ho trecentomila uomini sempre a disposizione, se vogliono accomodarsi. I fucili sono sempre caldi”.

- Umberto Bossi

i’ll miss the boredom and the freedom and the time spent alone

“in questo catalogo i volumi sono due perché mi fanno pensare a due palle”
- vittorio sgarbi (in splendida forma)

” ‘quando mia madre mi vide dichiarò: la vestiremo sempre di marrone, è la nostra unica speranza’.”

- sister parish in “americane avventurose”

i was looking for a job
and then i found a job
and heaven knows i’m miserable now

“non voglio oppormi al corso immutabile delle cose. per un raffreddore ci vogliono otto giorni, dieci per un’influenza, e circa due anni per la perdita dell’uomo che si ama”

- brigitte giraud

vendicarsi di uno spoiler non segnalato, su debaser

(inutile dire “attenti agli spoiler”)

and there’s something to be said and it’s:
could i love you?

la bambina nel post di sotto si chiama wallis bird; ha 26 anni, nove dita di cui quattro ricucite un po’ alla bell’emmeglio, e siccome non ci facciamo mai mancare un irlandese se ne abbiamo la possibilità, ha anche passaporto di colà. ha anche una voce che quando è pianissimo è abbastanza fiona apple e quando è fortissimo è abbastanza janis joplin. e una tendenza a tingersi i capelli in maniera orrida. e una tecnica chitarristica incomprensibile e miracolosa, giacché, oibò, ci sarebbe questa tragica menomazione per via di un tosaerba (arg.)

[accosto un attimo per dire che ce l'ho con ani difranco non solo perché si ostina a mettere quelle scarpe orrende, non solo perché ha chiamato la figlia petah, e certe cose nei bambini creano danni, anzi dannii incalcolabili, ma soprattutto perché si è smarrita in un circolo virtuoso dove suonarsela e cantarsela sempre nella stessa maniera sempre delle stesse tre quattro situazioni di sofferenza e autolesionismo: insomma in breve ce le ha fatte come le bambole (direbbe la caporedattora)].

e wallis bird, senza stare a girarci attorno e ammorbidire, è ani difranco due, la vendetta: ani difranco senza il circolo virtuoso, senza le platform shoes, anzi con le converse verde smeraldo, una bambina che si diverte con le proprie canzoni, è di nuovo little plastic castle-time, trombettieri ogni tanto, l’altezza è un problema sul quale ridere in versi ma w.b. va verso l’alto, in tutti i sensi non solo quelli dei centimetri - non starei mai a consigliare una cover band, stiamo scherzando?

bird, come gli uccellini del parco di sabato al sole che cantano in un disco perfettamente primaverile, peccato sia uscito d’inverno l’anno scorso. ma non si può avere tutto dalla vita, nemmeno un sabotaggio all’anagrafe per la salute mentale della regazzina di aglio difranco (cit.) e del suo signor marito.

silently volatile

“Questa amministrazione va verso il ventennio leghista, e voi capite che il ventennio è una cosa che mi ricorda il passato, la maschia gioventù che lavorava, faceva il suo dovere e obbediva alle leggi”

- Giancarlo Gentilini

io per esempio non ci credo molto alle coincidenze. però non c’è una parola diversa e altrettanto sbadata, buttata lì, per parlare di quelle cose che devono succedermi e mi succedono, ma senza alterarmi la vita in maniera drammatica (che poi, chi può dirlo?). ma semplicemente mi fanno stare meglio, peggio, una limonata dal sapore poco più forte, non annacquata come al solito. incontri che cambiano una giornata ordinaria, una busta aperta dopo quando avrei potuto farlo prima e ricevere notizie in maniera diversa. e ancora, oggetti trovati che mi sembra vogliano parlare proprio con me: dire cose a me? sul serio? sì. fosse anche solo una moneta che era a terra a luccicare.

la decisione, impulsiva come tutte le mie decisioni, è di fare una strada diversa dopo essermi chiusa la porta alle spalle, magari - come succede - scendere dall’autobus a una fermata inesplorata, camminare per vedere dove vado a finire mentre lo shuffle decide che

it’s been quite of a while
since i could experience your brightness
now you’ve got a brighter smile
and i think i’m going to like it
talking ’bout the better things you know how to maximize
everything around you will become supersized

e c’è un libro che chiede solo dal nome dell’autore - una persona che non c’è più e non era scrittore di professione - di essere tirato su e di poter fare il resto della strada con te. victor cavallo è in una digressione di tante del libro di elena stancanelli “a immaginare una vita ce ne vuole un’altra”. victor cavallo è il titolo di quel libro, preso da una sua poesia lunga e complicata e accecante. victor cavallo, infine, è la cosa che di quello stancanellismo mi ricordo di più, ma non è un demerito. non pensavo che l’avrei mai incontrato. il libro non è molto vecchio, ma è già scomparso da tempo dai cataloghi. certe cose non interessano e basta. che ci vuoi fare? se uno nasce quadrato, eccetera. o forse non era questo che volevo dire, però mi sono spiegata lo stesso.

non ho bisogno di aprire le pagine e guardare dentro per sapere che quel libro lo prenderò, ma l’occhio entra subito a pagina 61,

una luce che cambia come me senza sapere
a immaginare una testa più dura
un cuore diverso
una piccola foresta più dentro
dove c’è il respiro

un libro trovato e pagato con una moneta trovata. insomma, sì, viene gratis. un regalo, ma da chi? e perché? e diciamo anche chissenefrega, via. difatti seduta davanti alla lapide di keats a leggere al sole passo a pensare ad altro e a come mi piacciono tutti questi fiori.

dall’altra parte del cortile rispetto al portone di dagnééé mentre mi affretto verso la citofonella. finestra aperta, parte un urlaccio: “ancora co’ sto cazzo di semolinoooh??”

mattina accaldata a porta portoise, scambio di battute fra potenziale cliente e potenziale comico di zelig off ma a tutti gli effetti venditore di scarpe: “ma mi staranno?” “guarda, è un 58. più grandi ce stanno le valigie”

… comprarmela!
jenny owen youngs

due etti di prosciutto e una mozzarella pettinicchio: 9 euro 02 cent. ripeto: nove euro e due centesimi. urge revisione della mia alimentazione.

“il tuo grado di compatibilità musicale con xyz è SPAVENTOSO”

last.fm

- devi imparare a essere meno egoista e a pensare meno a te e di più a chi ti sta intorno! non ci sei solo tu nell’universo! tu e i tuoi giochi, i tuoi grattolini, i tuoi pisolini continui… non ti accorgi che vivi con qualcuno? che ci sono anche altre persone, che hanno dei sentimenti? che hanno bisogno di te? e non guardarmi così! non sopporto questo tuo atteggiamento immaturo! pensi solo al prossimo pasto! non si riesce a fare una conversazione con te! sei sempre evasivo, non hai un’opinione su nulla! non credo che si possa andare avanti così, io e te. non vedo margini di crescita. tu non cambi mai e io, io faccio tutta la fatica da sola. sì, sola, perché è questo il problema: mi fai sentire sola. questa casa è troppo grande e tu… tu ti ci nascondi. a volte non ti vedo per tutto il giorno. non mi cerchi, non mi dici nemmeno una parola buona. pensi solo ai tuoi bisogni. mi cerchi solo quando vuoi qualcosa. e non andartene, sai? non ho mica finito! se solo tu mi rispondessi… possibile che tu non abbia niente da dire?!

- …miao?

“vox clamantis in deserto… non se sente”

- bruno cagli, sovrintendente accademia nazionale di santa cecilia

time stops still when you’ve lost love

questo ed altro sul vicino di casa failblog

tra l’emigrare in:
- tibet, per l’attenzione alle tematiche sociali
- nepal, dove vincono i maoisti
- birmania, dove è vietato suonare il clacson
- corea del nord, per la possibilità di stare perennemente a dieta
- kenia, perché al cavaliere je fanno un baffo
- cina, per l’attenzione alle tematiche sociali (bis)
- cuba, dove finalmente si possono affittare i dvd
- russia, provincia di gazprom

(…continua)

da repubblica di ieri

e sì che ho studiato per quattr’anni scienze ambientali (senza alcun profitto, mi preme di sottolineare), ma io davanti alle reazioni chimiche mi ipnotizzo. non le capisco, ma le guardo accadere e mi emozionano, solo che la mia mente non va più in là del “oh! che grazioso sobbollire/esplodere/mandare in fiamme l’intero condominio!”, o del “che delizioso fumo tossico color pervinca, sarà il caso di evacuare il quartiere?”. mi succede così, per esempio, quando faccio il semolino. e lo faccio abbastanza spesso, per esempio quando devo curare una forma di pensierini color blu chiaro. come oggi che mi sono accorta che un vicino testappéra mi ha sradicato per dispetto le dracaenine che ero riuscita a far riprendere e a motivare con un vero training per piantine depresse (metodo brevettato). il pianerottolo è molto più grigio ora. e allora mi consolo col semolino. che rischio sempre di mandare nel paradiso dei semolini, perché arriva l’ebollizione dell’acqua - senza latte, che sono queste molcezze! - e io verso e m’incanto a vedere come solo accadueò e un pizzichino di sale e una noce di burro mi fa il soul food più semplice e geniale del mondo. lo vedo che si affaccia a salutarmi da una girata di cucchiaio all’altra: prima c’era, ora no e mi distraggo, penso a tutto quello che segue questa stessa stradina dal no al sì, e aiuto!, sta per diventare duro come un mattoncino col quale costruire il mio primo tukul nella savana. il semolino non mi è venuto bene nemmeno questa volta. ma le reazioni chimiche… ahh. e gnam.

piera detassis: jodie foster, ma questi figli dei quali lei parla…
la mia collega chiara: … de chi so’ fiji?

“Berlusconi? E’ ossessionato da me, ma tanto non gliela dò”
- Daniela Santanchè