Archiviazioni mensili: Marzo 2008

perché la sindrome premestruale, cari miei, è un fatto.

durante una notte molto agitata di immagini convulse ho sognato che “cocteau” di charlotte hatherley aveva le parole. e mi stranivo perché sul booklet mancano. son cose.

mi ha scritto il mio counselor. mi chiedeva un appuntamento per una seduta di follow-up. forse dovrebbe rassegnarsi: in fondo sono passati due anni.

… ultimamente mi trovo un po’ troppo egocentrica.

the time will come
when, with elation
you will greet yourself arriving
at your own door, in your own mirror
and each will smile at the other’s welcome,

and say, sit here. eat.
you will love again the stranger who was your self.
give wine. give bread. give back your heart
to itself, to the stranger who has loved you

all your life, whom you ignored
for another, who knows you by heart.
take down the love letters from the bookshelf,

the photographs, the desperate notes,
peel your own image from the mirror.
sit. feast on your life.

-derek walcott

1947 o…? inquietantemente profetico.

(e domani ne sono 100)

l’ex padrone supremo della mia vita mi ha chiesto di sostituire il collega t. nella compilazione della sezione dedicata sul giornale ai commenti dei lettori: “sai” - mi ha spiegato - “t. deve fare l’esame di stato. e poi è semplice, basta buttare nella pagina i messaggi che arrivano”.

la faceva sembrare una cosa semplice. adesso che mi sono impratichita mi ci vogliono anche più di due ore al giorno.

parlo di imprachitirsi perché nel frattempo sono passati cinque mesi. specifico che t. l’esame lo ha superato, e pure bene. il capo supremo lavora da un’ altra parte, ma lo sciroppamento dei commenti dei lettori rimane cosa mia. per inciso è la cosa che mi piace di più, al momento, del mio lavoro.

in sé l’incarico è routinario. le lettere e i commenti arrivano via lettera, fax, email o sms. vanno cestinati quelli che ci espongono a querele, denunce, sequestri stampa (sic), quelli che incitano al colpo di stato, al genocidio, quelli che ricoprono di insulti una persona x, quelli scritti molto evidentemente da analfabeti dei quali non si riesce assolutamente a penetrare il significato, quelli scritti nella lingua perduta che univa etrusco e alfabeto latino (ce ne sono, avoja). alla fine della separazione, non dissimile da quella per dividere crusca e fior di farina, solo il 2% (non esagero) dei messaggi viene poi copiato e pubblicato.

e anche lì arrivano i grattacapi. per lo più da chi legge la rubrica stampata riceviamo accuse di essere culattoni, fomentare l’odio razzista, essere di ultradestra o di ultrasinistra (a seconda di chi scrive).

e quelli in pagina sono i messaggi più miti.

da fuori non si riesce a dare misura di quanto preparare quella paginetta sia per me etologicamente affascinante. di più, divertente. è come fare birdwatching a ponte milvio, solo che io guardo le persone. persone che non riconosco, mi dispiace dirlo, come miei simili. di qui l’espressione “birdwatching”.

perché non trovo niente di simile a me nel ricorso alla bestemmia sistematica o all’aggressione verbale ivi compresa l’allusione nemmeno tanto velata all’escalation a quella fisica. mi sconvolge pensare che l’unica fonte di notizie certe per l’universo mondo sia la vox populi, così la leggenda metropolitana assurge a fatto assodato: non importa che poi fior di studi legali ti facciano il culo a strisce perché hai la convinzione errata che la moglie del tal politico sia parente della tal condannata per omicidio e per questo la seconda ha avuto una pena così mite; che la tal altra moglie del tal altro personaggione sia sicuramente lesbica e non ha le strisce blu sotto casa perché è l’amante della sindaca/assessora/presidenta. non importa perché tanto loro, i lettori, lo sanno che è VERO, e che qualche macchinazione impedisce al mondo intero di sapere quella medesima verità.

non trovo niente di simile a me in questa italia che è diventata, e sono banale io a sottolinearlo quando questa sì è una cosa vera, la patria dell’amnesia selettiva, della bugia che reiterata diventa un fatto assodato, del pettegolezzo, dell’insulto, dell’arroganza.

non c’è scambio, non c’è possibilità data ad alcuno di esprimere la propria diversa opinione, non c’è alcuna apertura. tutti stiliti in cima alla propria colonna, perché da lì sicuramente si vede meglio e tutti da quel punto privilegiato possono ergersi a editorialista dentro. se i messaggi civili che mi sono passati per le mani li stimo in meno di un centinaio in cinque mesi, le risposte a quelli - numerose, un vomito di parole, l’incontinenza del T9 - mi spaventano perché la stragrande maggioranza di chi legge quella rubrica ha un concetto pericolosissimo in tasca: il contradditorio non vale più per gli altri, ma solo per se stessi. ovvero, io posso dire quello che mi pare, gli altri fuori dalle balle. la reazione a un’idea diversa dalla propria è sempre infiammata, da subito volgare.

il primo messaggio letto stamattina non è un’eccezionale iperbole, è la regola: “se non ti piace questa situazione vedi d’annattene a rompe li c***ni in spagna”. bene. e, signor lettore, mi spiega io secondo lei come faccio a pubblicare una cosa del genere? nemmeno il freno inibitorio di fare bella figura su un giornale, per quanto piccolo, esiste più. non si cura più la forma, l’ortografia, il senso è buttato alle ortiche. da dove arriva questo slime venefico? sarà il trionfo delle signore feliciane dei pubblici televisivi? l’altissimo esempio dati dai politici che ci davano dei coglioni? non riesco davvero a percorrere questo filo teso all’indietro senza perdermi prima di arrivare all’inizio della matassa che lo alimenta. da dove viene tutto questo? boh.

intanto che cerco di capire continuo il mio birdwatching leggendo i messaggi. sperando in un cambio di linea che siccome sono pessimista non arriverà mai. un giorno forse i lettori mi stupiranno con offerte floreali denunciate su 500mila copie, ma non ci conto più di tanto. e speriamo che t. non si riprenda la rubrichetta.

- remember me/well honestly i don’t: liam finn da letterman?!

- audrey kawasaki, un nome un’ironia

- non saprei ma è bellissimo

- sono deliziata: gabriella carlucci non si è ancora fatta capace

non ho niente da dire per cui scrivo un sacco.

non so se sia già stata segnalata l’italoamericana del cast. l’ottima, grande, lunghissima: valy lungoccia.

seconda visione
ombrellismi

“Noi abbiamo prodotto, con la metà degli addetti, un risultato superiore del 47% a quello della Coop. Qualità ed eleganza a parte, a quale prezzo si verifica quanto sopra?”. Bella la domanda che fa a se stesso Bernardo Caprotti, padrone assoluto dell’Esselunga. Caprotti è famoso per la pubblicazione di un libro ferocemente anticoop, “Falce e carrello”, simpatico titolo che parafrasa “falce e martello” e la provenienza socialcomunista, quindi dittatoriale, delle cooperative “rosse”. La risposta alla sua domanda arriva da una cassiera di quella moderna azienda “liberal”. La donna soffre di problemi renali, ma non le è consentito di andare alla toilette: la costringono a farsi pipì addosso. Lei fa una denuncia al sindacato. Qualche giorno fa, finito il turno, la cassiera scende per cambiarsi e uno sconosciuto la aggredisce, le sbatte la testa nella tazza del bagno e, urlandole, “piscia! piscia!” preme il tasto dello sciacquone. Lei sviene e si ritrova all’ospedale. Ecco la risposta alla bella domanda: Esselunga, “Calci e martello”.

- * alessandro marescotti

dnews
aggiornamento: esselunga querela tutto il mondo

i can say i hope it will be worth what i give up

mi hanno appena invitato a far parte del gruppo “cristiani” su anobii.

i just want your kiiissssss

un altro tragico lunedì in compagnia dei capelli di anton chigurh.

ho una certa familiarità coi nomi dei cantanti country. non so perché, non frequentandone che scarsamente i territori (però “i love everybody” di lyle lovett è uno dei dischi che amo di più, e che nessuno osi parlare male di gillian welch, divento violenta). per esempio deve essere l’autismo, oppure vanity fair, se so che allison moorer e shelby lynne sono sorelle, figlie di un omicidio-suicidio (sul serio, il padre uccise la madre). d’altra parte fino all’inizio della settimana scorsa non sapevo che faccia avessero, né che voce.

da qualche giorno lo so di shelby lynne, la sorella maggiore, delle due quella con la faccia più seria, più devastata. approccia i propri 40 anni con un grammy, una dozzina di dischi, una particina nel film su johnny cash, ora un cd di cover di dusty springfield. fuori norma, un welter che si presenta nella categoria dei massimi. che c’entri tu con dusty? tutti c’entrano con lei, almeno ad ascoltarla. tutti vogliono l’eros nella sua voce, la grazia e insieme la drammaticità dell’interpretazione. tutti, e nessuno ce la fa, perché a replicare quell’incantevole incidente d’auto che era quel suo modo britannico di rendere il soul non ci si riesce. shelby lynne di sicuro lo sa.

così nemmeno ci prova a tentare l’accosto a certi pezzi che sono il canone. niente “son of a preacher man”, niente “i just don’t know what to do with myself”, quella lasciamola ai white stripes. niente “spooky” e per carità, niente “windmills of your mind”. dei dieci brani, trentotto minuti, su “just a little lovin’” ci sono comunque pezzoni (”the look of love”, “breakfast in bed”) ma anche e soprattutto situazioni minori, rese maggiori da altri che non da dusty. la resa vocale è magistrale perché lynne non rincorre quelle esecuzioni storiche, per lo più buona la prima. a testa bassa e voce pure, saccheggia la tracklist di “dusty in memphis” dove c’è trippa per la sua interpretazione laconica (nella tracklist smette, di fatto, di cantare in un paio di momenti), roca, dolente. non è mai sottovoce, ma è come se lo fosse. musica da luci basse, da notte fonda, registrate ai capitol studios di sinatra, non a caso con ai banchi mixer phil ramone, che ha registrato i pianissimo di frank, di paul simon, billy joel.

questo disco è un abbraccio di tutto l’amore che c’è, una lettera dalla a alla z. dal tradimento registrato con dignità di “i don’t want to hear it anymore” all’ubriacata di una “i only want to be with you” che sembra uscita da ipanema. c’è il compromesso quasi divertito di “breakfast in bed” (pa ra ra, mi torna sempre in mente chryssie hynde con gli ub40) . la devastazione di “anyone who had a heart”, che avrà reso molto fiero burt bacharach. il sesso di “just a little lovin’”, stellare nel suo somigliare a quelle cose new soul che hanno fatto il successo di maxwell o d’angelo.

è insolito che questo disco mi abbia colpito così tanto. anche per i miei standard di vecchia dentro, non ne capisco il fascino. poi ascolto e mi perdo. mi ricorderò di queste canzoni quando tornerò a pensare a queste giornate di grandi tramonti e pozzanghere. la volta che mi dissi, usciamo da questa pelle. scava, lazzara, scava. lynne deve aver fatto lo stesso tipo di pensiero. una che pochi anni fa titolava un disco “identity crisis”. molla il country dentro la quale è stata infilata (pur avendo di fatto inciso dischi pop e rock) e si immerge dentro il soul. dentro il jazz. di chitarre slide ce ne sono pochine, qui. prevale il pianoforte, la batteria appena sfiorata con le spazzole. un baco da seta, e sono curiosa di sentire a chi assomiglierà dopo la schiusa.

nonostante yours truly non sia né una rampante semigiovane manager di gazprom; né una celebre figlia che ripercorre le orme del celebre padre già presidente del consiglio/presidente di imperi media variamente assortiti/presidente di squadra di serie a; né una splendida splendente a capo dei giovani industriali italiani;

ciononostante

finirò su economy di panorama di qui a poco pochino. indi per cui è d’uopo uno shoot fotografico degno di cotanto nome (insomma stavolta non me la cavo con gli autoscatti romantici a braccio teso). il dramma è all’orizzonte. correttore? make up? ma soprattutto: correttore (insisto)? sì, sì, sì! ma quanto? messa in piega? non posso tornare dall’allenatore dei miei capelli, sarà fuori per lavoro. e per peggiorare la situazione, come ca**o mi devo vestire? ho già fatto shopping compulsivo di tutto ieri, salvo comprare cose che vanno bene per una festa, non per un servizio fotografico. aiutate una sventurata: consigliatemi nei commenti.