Archivi Giornalieri: Marzo 19th, 2008

(più lettera d’amore di quella di prima)

you are the only thing in any room you’re ever in
i’m stubborn, selfish and too old.

una volta supererò la mia paura innata per commessi e conversazioni, per l’accento di manchester e gli uomini alticci con la barba, e chiederò a guy garvey - dopo un concerto, o cercandolo sull’elenco del telefono - come fa a sapere cosa mi passa per la testa. e non una volta, due. tutto il tempo.

the violets explode inside me
when i meet your eyes
then i’m spinning and i’m diving
like a cloud of starlings

parlerò piano, quiet and confessional, perché non mi verranno le parole. gli domanderò degli storni, gli domanderò come fa a sapere delle violette (ma per me sono orchidee), e gli chiederò infine, darling is this love?, come fa lui alla fine di “starlings”, la canzone che apre il quarto disco degli elbow “the seldom seen kid”.

so i’m there
charging around with a juggernaut brow
overdraft, speeches and deadlines to make
cramming commitments like cats in a sack
telephone burn and a purposeful gait
when out of a doorway the tentacles stretch
of a song that i know

when the world moves in slo-mo
straight to my head
like the first cigarette of the day

sì, penso di amare un po’ guy garvey. farfalle nello stomaco e tutto il resto. non è un adone, lo dico consapevole della mia notevole superficialità, ma ogni volta che apre la bocca tutto si incastra a perfezione. insegue delle linee melodiche che penso nella mia testa quando invento canzoncine. dice cose che penso di me. dà la voce al mio modo di camminare nel mondo, mentre mi chiedono di firmare contro la droga sempre allo stesso punto, con lo stesso tavolino apparecchiato di verde e io dico no, ho una cosa più importante da fare, sto ascoltando guy garvey darmi indicazioni stradali sulla vita.

do i have time?
a man of my calibre
stood in the street like a sleepwalking teenager
no.
and i dealt with this years ago
i took a hammer to every memento
but image on image like beads on a rosary
pulled through my head as the music takes hold
and the sickener hits; i can work till i break
but i love the bones of you
that, i will never escape

magari fra vent’anni il peloso sarà come leonard cohen e i suoi testi saranno poesie in un libro.

my sorry name
has made it to graffiti

scrive quel tipo di cose. poesie, non canzoni. così poco cuore/amore è, che non lo capisco che dopo stagioni intere girate fra le dita, di cosa parliamo quando parliamo di elbow. un giorno mi sveglio e puff, so cosa dice nella sua lingua, in qualche posto che non è fra occhi e cervello, è più sotto e più dentro e ancora violette. o, sempre nel mio caso, orchidee, quasi quelle che a casa non mi riesce di far fiorire, nemmeno scongiurando, nemmeno se prometto qualcosa in cambio.

ma divago. l’esperienza di ascoltare gli elbow è sempre stata un po’ troppo intensa per me. ci sono canzoni che devo evitare, versi che sembrano quando davvero davvero non mi voglio guardare allo specchio e lo faccio lo stesso, e sbaglio. come fa guy garvey a saperlo? mi toglie libbre di carne dal petto, e io tolgo lui dal lettore. ciao, a fra due anni, e ti prego di scrivere un disco più solare la prossima volta. qualcosa che rifletta quella parte di me. a suo modo lo fa. grounds for divorce si concentra su un uomo che sta per essere lasciato dalla moglie perché si gioca tutto lo stipendio a poker. the fix parla di corse di cavalli. the loneliness of a tower crane driver alza la testa verso la postazione di lavoro del fratello di garvey, e weather to fly  è un viaggio all’indietro nelle salette prova della memoria della band. poi c’è audience with the pope che è una canzone sul sesso, sul sesso e basta. ma un cretino con queste cose fa canzoni, beh, cretine. invece ho idea che guy garvey non riesca nemmeno provando a essere più pop, più superficiale, nonostante questo album sia il più pop della carriera degli elbow. ho idea che il peloso sia un po’ paolo conte di loro altri. colpa del tempo a manchester: gli esce tutto così maledettamente malinconico. e luccicante come una pozzanghera sporca ma che lo stesso incanta per la forma o il colore.