ho una certa familiarità coi nomi dei cantanti country. non so perché, non frequentandone che scarsamente i territori (però “i love everybody” di lyle lovett è uno dei dischi che amo di più, e che nessuno osi parlare male di gillian welch, divento violenta). per esempio deve essere l’autismo, oppure vanity fair, se so che allison moorer e shelby lynne sono sorelle, figlie di un omicidio-suicidio (sul serio, il padre uccise la madre). d’altra parte fino all’inizio della settimana scorsa non sapevo che faccia avessero, né che voce.
da qualche giorno lo so di shelby lynne, la sorella maggiore, delle due quella con la faccia più seria, più devastata. approccia i propri 40 anni con un grammy, una dozzina di dischi, una particina nel film su johnny cash, ora un cd di cover di dusty springfield. fuori norma, un welter che si presenta nella categoria dei massimi. che c’entri tu con dusty? tutti c’entrano con lei, almeno ad ascoltarla. tutti vogliono l’eros nella sua voce, la grazia e insieme la drammaticità dell’interpretazione. tutti, e nessuno ce la fa, perché a replicare quell’incantevole incidente d’auto che era quel suo modo britannico di rendere il soul non ci si riesce. shelby lynne di sicuro lo sa.
così nemmeno ci prova a tentare l’accosto a certi pezzi che sono il canone. niente “son of a preacher man”, niente “i just don’t know what to do with myself”, quella lasciamola ai white stripes. niente “spooky” e per carità, niente “windmills of your mind”. dei dieci brani, trentotto minuti, su “just a little lovin’” ci sono comunque pezzoni (”the look of love”, “breakfast in bed”) ma anche e soprattutto situazioni minori, rese maggiori da altri che non da dusty. la resa vocale è magistrale perché lynne non rincorre quelle esecuzioni storiche, per lo più buona la prima. a testa bassa e voce pure, saccheggia la tracklist di “dusty in memphis” dove c’è trippa per la sua interpretazione laconica (nella tracklist smette, di fatto, di cantare in un paio di momenti), roca, dolente. non è mai sottovoce, ma è come se lo fosse. musica da luci basse, da notte fonda, registrate ai capitol studios di sinatra, non a caso con ai banchi mixer phil ramone, che ha registrato i pianissimo di frank, di paul simon, billy joel.
questo disco è un abbraccio di tutto l’amore che c’è, una lettera dalla a alla z. dal tradimento registrato con dignità di “i don’t want to hear it anymore” all’ubriacata di una “i only want to be with you” che sembra uscita da ipanema. c’è il compromesso quasi divertito di “breakfast in bed” (pa ra ra, mi torna sempre in mente chryssie hynde con gli ub40) . la devastazione di “anyone who had a heart”, che avrà reso molto fiero burt bacharach. il sesso di “just a little lovin’”, stellare nel suo somigliare a quelle cose new soul che hanno fatto il successo di maxwell o d’angelo.
è insolito che questo disco mi abbia colpito così tanto. anche per i miei standard di vecchia dentro, non ne capisco il fascino. poi ascolto e mi perdo. mi ricorderò di queste canzoni quando tornerò a pensare a queste giornate di grandi tramonti e pozzanghere. la volta che mi dissi, usciamo da questa pelle. scava, lazzara, scava. lynne deve aver fatto lo stesso tipo di pensiero. una che pochi anni fa titolava un disco “identity crisis”. molla il country dentro la quale è stata infilata (pur avendo di fatto inciso dischi pop e rock) e si immerge dentro il soul. dentro il jazz. di chitarre slide ce ne sono pochine, qui. prevale il pianoforte, la batteria appena sfiorata con le spazzole. un baco da seta, e sono curiosa di sentire a chi assomiglierà dopo la schiusa.