joan as police woman - to be loved
(un po’ si fa per scherzare, un po’ ti fa voglia davvero di sentire picture perfect morning per tutta la vita)
joan as police woman - to be loved
(un po’ si fa per scherzare, un po’ ti fa voglia davvero di sentire picture perfect morning per tutta la vita)
niente, oggi canticchio fotoromanza con i punti di domanda tutti spostati da altre parti. questamore è una cameraagaas? nnno. è un palazzo che brucia in città? nemmanco. tutt’al più un eucalipto che si sradica e si addossa alle cucine dall’altra parte del cortile, e poi arriva una piattaforma aerea che ti pialla le cosiddette col suo rumore di zzzz, tzzzz, rrrrr, frushhh, e lo tira giù (l’eucalipto, non il palazzo) a colpi di motosega. questamore è una lama sottile? arifacce. però potrebbe essere (questamore) cercare le tracce dell’ultima volta che ho provato ad essere segretariale e previdente ricopiando i numeri degli amici dal cellulare alla rubrica e non viceversa. amore un c…!, diceva quella bambina. una penna diversa, di solito, e la calligrafia inclinata da una parte come una moto in piega perché magari andavo un poco di fretta: i segni eccoli. mi stupisco di aver ricalcato in nero nero sopra a un numero per non saperlo più, ma tanto me lo ricordo a memoria, e quindi tutto inutile. con qualche nome finito nelle seconde pagine della lettera d, o magari s, t, r, mi piacerebbe riprendere i contatti. vedi che avere il telefono rubato serve anche ad aumentare la socialità? nannini, molla il panino davanti alla tv e usciamo! ma anche l’asocialità, volendo, visto che smetto di pormi proprio il problema (allittero) di riaggiungermi certi numeri. mi domando, dove gianna niente affatto, dove mai avrò il morale, o la morale, perché non me ne dispiaccio nemmeno un po’. anche tu?


más el magnetismo
conqui m: perché in questa casa non abbiamo peli sulla lingua
conqui angela dust: e se ce li abbiamo, non sono i nostri
l’inevitabile e spiritosissima premessa
dopo “il mio primo pronto soccorso” e “il mio primo furto con destrezza (subìto)” metto il fiocco agli ultimi dieci giorni della mia vita con l’ultimo capitolo di quello che senza dubbio riciclerò come rivoluzionario progetto di marketing per bambole solidamente inserite nella realtà di tuttiggiorni, altro che magica trippy più snella di pikachu. sono stata a rebibbia. per quattro ore dentro. porte chiuse, eccetera. per inciso è bello essere di nuovo qui, non pensavo di rivedervi. avrebbero sempre potuto trovarmi irresistibilmente simpatica, chessò, e cambiare idea sui miei impegni per l’immediato futuro.
fine premessa.
la cosa assurda di rebibbia - nuovo complesso è che non saprei dire che forma ha. non ho che particolari da descrivere, perché non mi viene di guardarlo - il carcere - che per pochi secondi alla volta, la porta piombata, i chiavistelli, le telecamere, le sbarre, certo, sbarre strette su finestre strette. perché gli occhi si abbassano e mi guardo le scarpe, oppure mi preoccupo che gli interni - si chiamano così fra loro - abbiano abbastanza verde, qualche albero abbastanza alto da poter essere visto dalle finestre. sono contenta che ci sia un vivaio subito accanto, per dire, anche se a loro sarà inutile. sento, quando arrivo, complice la pioggerellina fastidiosina, il dolore di queste persone. sento il rumore che fa stare zitti oltre queste mura, le guardiole, il filo spinato. un pallone a bordo campo. una ragazza in minigonna di pelle nera che si infila dove ci sono i colloqui. i pedoni passano e stanno in silenzio anche loro. forse non sono solo io che mi sento inadeguata davanti a questa enormità. mentre sono qui mi capita di commuovermi perché ho sentito delle parole che mi toccano di più di altre, quando mi arricciolo i miei problemi in una pallina che butto in tasca e dimentico, perché non sono problemi veri. mi giro e altre persone si asciugano le lacrime, o ridono, applaudono, ringraziano quando lo faccio io. però loro sono condannati a otto anni per concorso esterno in omicidio, per furto, per spaccio di stupefacenti, per reati contro il patrimonio. ma è proprio l’unica differenza che c’è. mi porterei matteo a mangiare un gelato, dopo che ha detto “nessuno mi aveva mai fatto un regalo così grande, sinceramente”, perché sta succedendo a me. mi piacciono le sue scarpe, penso dove le avrà prese, perché sono pensieri che posso fare: poi mi fermo, perché loro no. eppure sono vivo, gridava giovanni lindo ferretti.
(cento, cento, cento)
“un idilliaco cielo serale sul lago, sfortunatamente senza idillio”
- w.h. auden
“la scorsa settimana ho fatto un servizio fotografico in un vero call center e chiacchierando con una telefonista mi ha colpito molto una sua frase: “Noi siamo gli operai del futuro”. questa cosa mi ha fatto riflettere e mi ha reso molto triste la possibilità che i lavori di artigianato andranno a scemare”.
- micaela ramazzotti
(raccolta dal principino adorato)
“… ancora c’è chi va alle ulne?”
(lettrice)
t’annusavo a distanza come fanno i cani finché non ho visto uscire un accenno di sorriso. così ho capito che eri dalla parte mia. poi quel provare a fare uscire versi dalla faccia è diventato un ghigno aperto di qua e di là dalla barricata, accompagnato nemmeno tanto per scherzo da uno scambio di “compagna”, da esibire come una cicatrice che si mostra a un altro reduce. mi mancheranno le rughe sottili agli angoli degli occhi quando ti metti a guardare una cosa lontana, o pensi, perché torno in città e scopro che non ci sei, ti mandano lontano un’altra volta. proprio a te che avevi tribolato per tornare verso casa. tutti i miei piani per fughe da ferma non hanno così tanto senso, ora. indovino le parole esatte che vuoi sentirti dire, sei stupefatta. si sta come d’autunno, eccetera (solo, in questa trincea si sanguina di meno). è un’altra lezione sulle cose da fare e non fatte, come ad esempio diventarti davvero amica.
con l’aiuto dell’ uomo medicina ha appena realizzato che non c’è differenza tra il vate brunello robertetti ed erich fried. butta il libro del secondo in pasto ai gatti.
prova provata: di chi è questa poesia?
ti amo
ma dove mai ti amo?
qualcosa in me
si torce
perché è proprio
così com’è
(proprio
perché è così)
… ecco.
joleisa: cambiando topic
joleisa: io mi sono innamorata di mietta
joleisa: tu sai se ho speranze?
joleisa: è un po’ la mia valeria solarino personale
io: sei deficiente?
joleisa: AHAHAHAHAH

(vecchia ma irresistibile, ad opera degli amichetti ex colleghi)
ho soggezione di un paio di anziane colleghe che incontro a tutte le preview, tutte le conferenze stampa, tutti gli eventi un po’ trendycool della mattina. perché hanno studiato arte e io no, padroneggiano un vocabolario specializzato che io non posseggo, capiscono e scrivono di testa mentre io vado per lo più di pancia, come in piscina. in breve, fanno questo lavoro da quarant’anni, su per giù, e l’hanno imparato bene. ah, chissà se un giorno pure io potrò aspirare a! ma vabbé.
e forse però dovrei smettere di avere soggezione, almeno quando mi trovo seduta dietro le due, che con faccine da memole avvizzite trasecolano a voce altissima durante la presentazione di una mostra dedicata a beni montresor: “ah! ma era italiano?”.
di bussolengo.
(più lettera d’amore di quella di prima)
you are the only thing in any room you’re ever in
i’m stubborn, selfish and too old.
una volta supererò la mia paura innata per commessi e conversazioni, per l’accento di manchester e gli uomini alticci con la barba, e chiederò a guy garvey - dopo un concerto, o cercandolo sull’elenco del telefono - come fa a sapere cosa mi passa per la testa. e non una volta, due. tutto il tempo.
the violets explode inside me
when i meet your eyes
then i’m spinning and i’m diving
like a cloud of starlings
parlerò piano, quiet and confessional, perché non mi verranno le parole. gli domanderò degli storni, gli domanderò come fa a sapere delle violette (ma per me sono orchidee), e gli chiederò infine, darling is this love?, come fa lui alla fine di “starlings”, la canzone che apre il quarto disco degli elbow “the seldom seen kid”.
so i’m there
charging around with a juggernaut brow
overdraft, speeches and deadlines to make
cramming commitments like cats in a sack
telephone burn and a purposeful gait
when out of a doorway the tentacles stretch
of a song that i know
when the world moves in slo-mo
straight to my head
like the first cigarette of the day
sì, penso di amare un po’ guy garvey. farfalle nello stomaco e tutto il resto. non è un adone, lo dico consapevole della mia notevole superficialità, ma ogni volta che apre la bocca tutto si incastra a perfezione. insegue delle linee melodiche che penso nella mia testa quando invento canzoncine. dice cose che penso di me. dà la voce al mio modo di camminare nel mondo, mentre mi chiedono di firmare contro la droga sempre allo stesso punto, con lo stesso tavolino apparecchiato di verde e io dico no, ho una cosa più importante da fare, sto ascoltando guy garvey darmi indicazioni stradali sulla vita.
do i have time?
a man of my calibre
stood in the street like a sleepwalking teenager
no.
and i dealt with this years ago
i took a hammer to every memento
but image on image like beads on a rosary
pulled through my head as the music takes hold
and the sickener hits; i can work till i break
but i love the bones of you
that, i will never escape
magari fra vent’anni il peloso sarà come leonard cohen e i suoi testi saranno poesie in un libro.
my sorry name
has made it to graffiti
scrive quel tipo di cose. poesie, non canzoni. così poco cuore/amore è, che non lo capisco che dopo stagioni intere girate fra le dita, di cosa parliamo quando parliamo di elbow. un giorno mi sveglio e puff, so cosa dice nella sua lingua, in qualche posto che non è fra occhi e cervello, è più sotto e più dentro e ancora violette. o, sempre nel mio caso, orchidee, quasi quelle che a casa non mi riesce di far fiorire, nemmeno scongiurando, nemmeno se prometto qualcosa in cambio.
ma divago. l’esperienza di ascoltare gli elbow è sempre stata un po’ troppo intensa per me. ci sono canzoni che devo evitare, versi che sembrano quando davvero davvero non mi voglio guardare allo specchio e lo faccio lo stesso, e sbaglio. come fa guy garvey a saperlo? mi toglie libbre di carne dal petto, e io tolgo lui dal lettore. ciao, a fra due anni, e ti prego di scrivere un disco più solare la prossima volta. qualcosa che rifletta quella parte di me. a suo modo lo fa. grounds for divorce si concentra su un uomo che sta per essere lasciato dalla moglie perché si gioca tutto lo stipendio a poker. the fix parla di corse di cavalli. the loneliness of a tower crane driver alza la testa verso la postazione di lavoro del fratello di garvey, e weather to fly è un viaggio all’indietro nelle salette prova della memoria della band. poi c’è audience with the pope che è una canzone sul sesso, sul sesso e basta. ma un cretino con queste cose fa canzoni, beh, cretine. invece ho idea che guy garvey non riesca nemmeno provando a essere più pop, più superficiale, nonostante questo album sia il più pop della carriera degli elbow. ho idea che il peloso sia un po’ paolo conte di loro altri. colpa del tempo a manchester: gli esce tutto così maledettamente malinconico. e luccicante come una pozzanghera sporca ma che lo stesso incanta per la forma o il colore.

i take it back
a scrivere si fa così: si dorme un pochino
si resta in attesa con mani perfettamente vuote.
- mariangela gualtieri
mi sollevo dal letto, torno giù, rimbalzano le molle: ho dormito con la luce accesa e la serranda alzata, e ora si vede la nuova vicina che pulisce una parete perfettamente bianca intorno a un quadro perfettamente rosso e nero che sembra davvero mark rothko. e poi vedo il cielo corrugato, e dopo il telo di plastica che sbatte contro la parete d’angolo, ma niente bucato da proteggere. e ho la matita in mano, e ho angoli di carta, e scrivo, scrivo, scrivo senza capire se sono sveglia a no, senza tornare indietro, avere il tempo di pensarci su, di pensare che sto facendo gli stessi giochi d’immaginazione di quando avevo pochi anni e pochi pensieri, e che non tutti possono scrivere, anzi: solo due o tre dovrebbero. ma la matita corre, la nuvola lassù anche, e prima che sia sparita ne ho cinque. cinque che prima non c’erano. cinque che non c’erano mai state. e che ci devo fare, adesso, con tutte queste poesie?
… e la mattina si svegliò esclamando: alisha’s attic!
“e mentre si baciavano, davis aveva di nuovo quattordici anni e buzz aveva appena scoperto un nuovo paese”.
- david levinson
non dico il vicodin, ma almeno il nimesulideeehhh
” ‘a simo’, je spieghi alla signora come se fa la coratella, che nulla’ maj fatta?”
” ‘a signo’. allora lei butta la coratella in padella…”
“ma devo fa’ un soffritto?”
“sì, de cipolla, con sale e pepe. attenzione che lei deve fa’ prima coce il cuore e i pormoni. il fegato va pe’ urtimo, ha capito? me raccomanno”
“pe’ urtimo?”
“sì, sì, lasci anna’ il cuore e i pormoni, allunga de tanto in tanto co ‘n po’ de brodo de dado e se je ce va, ce mette pure un po’ di vino bianco, pe’ sfuma’. poi a ‘n certo momento la coratella fischia, come ‘a caffettiera…”
“eh??”
“fischia, fischia proprio. quand’è così, ce butta pure il fegato”
“ah, ho capito”
“e i carciofi intanto li può coce a parte, e ce li aggiunge all’urtimo”
“grazie tante eh. che m’o o dà pure quel mezz’abbacchio?”
“ammappi signo’, e quanto magni?”
(continuava)
“i vicini di casa del teatro parioli vent’anni fa erano risentiti dal fatto che magari all’una e mezza di notte si sentiva sbattere la portiera di qualche auto. allora avevano cominciato a raccogliere le firme a che noi fossimo mandati via. io ho fatto sapere che il parioli era stato comprato da alcuni arabi che avrebbero fatto una discoteca. immediatamente la raccolta di firme cessò”.
-maurizio costanzo
ah - but i was so much older then; i’m younger than that now
- bob dylan
sei quello che nei fumetti dei paninari degli anni ‘80 avrebbero definito gallosissimo (yeah, yeah - lcd soundsystem ante litteram). sei un figo. sei cattivo. hai il bordo del cappellino rosicchiato dall’usura, perché sei autentico. hai il cappuccio della felpa appoggiato con levità sul suddetto berrettino. corrughi e espiri fumo, poi tiri una nuova boccata e corrughi un altro po’. sei bello e cupo come silvestrin quando presentava alternative nation, con quel pelino di barba finto trasandata, finto punkabbestia che invece hai probabilmente rifilato con il rasoio elettrico ultimo modello. i pantaloni sono perfetti, le scarpe pulite e costose benché sneakers. in breve incuti timore alle donne e agli stranieri. tutti si tengono a distanza mentre finisci di fumare. la piazza è tutta tua. poi, da vero duro, nemmeno ti giri per salire in autobus, mentre senti il motore che si avvia, ma sul predellino ti arrampichi in retromarcia, e mentre le porte si chiudono, con un gesto leggero ed elegante lanci la cicca verso l’aria umida di porta maggiore come se fosse un esercizio di ginnastica alle olimpiadi.
per cui, capisci bene che se vai in giro con una bustina di intimissimi ti si smonta tutto il personaggio?