Archiviazioni mensili: Febbraio 2008

(la storia della mia vita)

“chissà, forse sto cominciando a scomparire”

mi piace che “away from her” esca di nuovo al cinema venerdì, a lavagna pulita, come se non se ne fosse accorto nessuno che a dicembre era già in sala e non faceva pubblico. ma adesso julie christie ha vinto un golden globe, è candidata all’oscar, e sarah polley anche. allora facciamo finta che no. non è successo niente! rieccolo qui. anche il titolo in italiano (”lontano da lei”). tutto nuovo. ma è un imbrogliare buono, che fa piacere poter difendere (allora, forse, non è per niente imbrogliare).

posso mettermi a enumerare le ragioni per le quali ho sposato questa storia, ma sono noiose e mie e forse pazze. ma è così, la sento mia come una costola. a volte mi innamoro di un raccontare da a a b passando di otto in otto disegnati coi pattini sul ghiaccio. qui è pieno di ghiaccio, sarà quello. o sarà quella cosa che faccio da quando ero piccola, cercare di guardare dentro una persona anziana finché non esce la sua faccia di bambino. qui ci sono dei ritratti di julie christie estrapolata dalle proprie rughe che mi ricordano quel trucco. o gioco. o bottone da schiacciare, click, ecco la tua faccia vera. tu sei così.

io non lo so bene come sono. ma questa storia d’amore mi fa essere migliore di come mi ricordo di essere. o forse è anche la mia di memoria che comincia ad andar via.

siamo salvi! siamo salviii!
(è finito lo ssiopero dei sseneggiatori)

frederik froument, new babylon stories - le mur

frederik froument
uni(di)versité

e poi, una torna a casa al paesello e trova che nel frattempo i genitori sono diventati fondatori del pd.

l’anno scorso la primavera mi aveva colto di sorpresa, così stavolta mi sono costruita una routine silenziosa di osservazione dei rami. aspettavo le gemme. stavolta le ho viste gonfiarsi, sporgersi oltre il bordo, salutarmi. sono rimasta distratta comunque abbastanza dall’aver mancato lo sboccio di un primo solitario fiorellino bianco, cinque petali e basta, ridicolo come il disegno di un bambino, eppure sorprendente. su un albero da frutto, un pruno, un albicocco, qualcosa del genere, proprio all’affaccio dei panni da asciugare. il giorno dopo mi sono disposta d’animo a scendere in strada, infischiandomene dei narcisi che pure l’anno scorso volevo comprare per il davanzale, arrampicarmi se necessario e sempre se necessario offrire spiegazioni a chi passava per il mio comportamento bislacco. non è mai successo. se ricordate la scorsa settimana, ricordate anche i monsoni, gli uragani, le auto che passano e vi inondano di pozzanghere cariche di streptococchi (forse un pelino esagero). tuoni, lampi e secchiate d’acqua dopo, mi tenevo a debita distanza dalla finestra per paura di morire fulminata ma comunque controllavo il fiorellino, parlando all’imperfetto come un verbale dei carabinieri.

mi sembrava di vederlo ballare sotto i goccioloni e la grandine e le folate di vento, in realtà era già strappato e a terra e probabilmente mi confondevo con i riflessi del lampione sulle gocce di pioggia. confesso che ci sono stata un po’ male. basta poco, di giorni così, per ridurmi a polpa di mela grattugiata, a sbobba per bambini che sbatacchiano le pappe sul seggiolone.

anche il giorno dopo pioveva meno e niente fiore, ho controllato. sembrava un dicembre senza nemmeno la consolazione delle lucette di natale.
due giorni dopo, quando è uscito questo sole pieno di grecale, i fiorellini erano almeno una cinquantina. ha!

(o delle cose che segretamente tutti pensano)

ba-stah. ba-stah cover di “hallelujah” di leonard cohen. non se ne può più. dite la verità, anche voi la saltavate sempre. confessate!
è sopravvalutata, comunque. ne ha scritte di più belle. anche una cosa orrenda come “first we take manhattan” la riduce una monnezza. una monnezza col fiocco rosso in testa.
ce ne sono così tante di halleluje che pure covers project fa fatica a tenere dietro a tutta la quantità di versioni (per esempio non gli è giunta ancora notizia di quella di keren ann).

accetterei almeno altre due o tre “dance me to the end of love”, specie se cantate con più entusiasmo rispetto a madeleine peyroux e anzi che mi ricordino la scomparsa kate gibson nella colonna sonora di “strange days”. sarei un po’ turbata un po’ affascinata da una “everybody knows”, puranco punk effetto gimme gimmies (mmhno, esagero). che poi di belle canzoni quel racchio ne ha fatte a pacchi, basta non le canti lui medesimo. “hey, that’s no way to say goodbye”. “chelsea hotel n.2″. ‘tacci. quelle non le fa nessuno. nessuno di utile alla causa, quantomeno. maledizione, basta preghiere. ma che vi pregherete mai, poi? e “joan of arc”? judy collins è morta e sepolta! e “if it be your will”? ma che, vi devo pagare?

(la portano via)