
i manifesti ritoccati
la repubblica

i manifesti ritoccati
la repubblica

io per esempio se fossi il cane di uno che mi chiama così non mi farei trovare per dispetto.

alina marazzi. ore 13.28, e il buffet era TANTO lontano
“la sua immagine è insolubilmente legata oramai alla solidarietà”
(pezzo da passare)
dai titoli del tg1: “parleremo poi della droga e del festival di sanremo”
il coinqui mario mi regala un bollitore elettrico con la premessa “ti voglio tanto bene, ma sei un po’ piromane”

but you gave me the run around
you like me! you really like me!
(però, glen, il vestito era tutto sbagliato.)
mi fa una certa impressione: se ci penso, una persona che semi-conosco ha vinto un oscar.
it’s a blue, bright blue saturday, hey hey
and the pain is starting to slip away, hey hey
a+e non è affatto la mia tazza di té, ma ci sono cose dentro che parlano esattamente di quello che faccio, come camminare circondata da me. però arrivano ogni cinque o sei righe di nulla. nel suo insieme è troppa. perché non sto così.
allora quando arriva una quadratura del cerchio sotto forma di remix mi sento meno in colpa perché mi sento autorizzata a dirlo, che questa a+e mi piace da matti. ballo dappertutto, pure nella vasca da bagno. è tutto blu, tutto luccica, e ora va meglio. sono i due soli versi che ho bisogno di espirare ed inspirare.
goldfrapp - a+e (hercules and love affair remix)
non importa quanto ginger sia carina a stare a guardia fino a vedermi arrivare dal fondo del prato buio, non importa che si affacci alla finestra con gli occhioni da gatto degli stivali / antonio banderas, né che si faccia trovare proprio dietro la porta per una carezza di benarrivata (io). quello che importa è il casino termonucleare che mi fa trovare e per il quale deve farsi perdonare. i coriandoli di carta in bagno, le porte prese a musate per spalancarle, i vestiti trascinati in terra, le tende martoriate come al solito e… mi ricordo ora che non ho controllato l’orchidea.
…GINGEEEEEEEEEEEEEHHHHHH
(una playlistina per incoraggiare il bucato ad asciugarsi)
01. loney, dear: le fever
02. aaron thomas: aw c’mon. briccone e furfante.
03. feist: i feel it all (britt from spoon remix). sììì! sììì! fatelo un disco insieme!
04. the pretenders: don’t get me wrong. autoesplicativissima, credo.
05. the duke spirit: my sunken treasure
06. midnight juggernauts: ending of an era
07. the little ones: lovers who uncover (crystal castles remix). ma quanto è brutta la versione originale?
08. stars: going, going, gone
09. charlotte hatherley: roll over, dal disco più bello del 2007 che nessuno ha sentito. un notevole esempio di caciarismo, come fa notare c.
10. the clientele: bookshop casanova, la prima canzone coi favoriti.
11. thomas dybdahl: love’s lost. that’s how i got to be bigger…
e anche tuttinsieme.
“la scuola non vive una crisi per un’impreparazione dei suoi insegnanti, ma per la concorrenza spietata da parte di un mondo che spinge sempre più al consumo compulsivo. i bambini sono clientelizzati da una società che fin dal loro primo input di coscienza fa passare i loro desideri di consumo come un bisogno fondamentale. in altri termini l’infanzia è abbandonata, senza difese, in balia di un rinnovarsi costante degli oggetti desiderati e consumati. questa tendenza è così generalizzata che tutta la storia del sentimento familiare andrebbe riscritta in funzione del consumismo. amare significa dare. oggi l’amore dei genitori viene misurato dai bambini stessi attraverso la pubblicità. inconsciamente, col metro del regalo ricevuto. c’è questo universo di desideri costanti con il quale il professore a scuola si trova a dover fare i conti… cose come cambiare modello o marca di scarpa da ginnastica o comprare un nuovo cellulare diventa fondamentale. mentre i professori si rivolgono veramente ai bisogni fondamentali dei ragazzi.,e non ai loro desideri, soddisfacendo le loro esigenze. che sono leggere, scrivere, imparare a contare e ragionare. cioè, resistere. mi troverete severissimo, come un pastore protestante!
queste cose superficiali non servono a nulla. ad essere sincero, quello che tragicamente ci manca è il silenzio, la solitudine, la riflessione, il sogno, la lentezza e la gratuità. se penso a sarkozy e alla sua storia pubblica con carla bruni, ci manca anche l’intimità. ecco, sempre più pastore protestante…”
- daniel pennac
1.
chi ricorda ancora i concerti al palacisalfa? un anno o due di presenza fissa. una volta in fila mi è passato avanti carlo verdone, non ricordo per il live di chi. forse nick cave. ma avrò mai visto nick cave, io? amnesie da shock.
una notte diversa da quella ma nello stesso posto, ricordo anche uno sparo di luci bianche, violini. anche se sapevamo che copiavano un po’ bjork la mia faccia era piena di lacrime. pensavo, come fa un uomo con delle mani così grandi a suonare in maniera così aggraziata? pensavo, come fa un uomo?
l’anno successivo c’era matthew jay.
2.
il disco di matthew jay, combinazione, l’ho ascoltato questa mattina. mi ha scoperchiato delle cose, e questa è la storia di cosa.
la storia di una settimana quasi sempre assolata durante la quale mi sono tenuta occupata. ho parlato, scritto, scritto per me, ho fotografato, guardato un film, rifatto il letto. tante volte. sono uscita dopo il lavoro. ho riso. ho preso vento in faccia, che mi pulisce le idee. tante volte. sono stata a sentire. quello che mi dicevano e quello che c’era negli spazi in mezzo alle parole dette o scritte. e le parole erano tante.
solo che anche quando c’era la musica altissima e anche quando c’era silenzio ed ero così ferma che le molle del materasso erano morte, c’era sempre anche un rumore. non erano gli autobus cigolanti, non erano le piante nei vasi che crescono, non era un messaggino che vibrava nel cellulare. era un gonfiarsi e cercare di strapparsi. mi sembrava una domanda ripetuta in una lingua diversa dalla mia. stranamente nella mia testa aveva la voce di joe dei la crus.
3.
perché il mio inconscio ha strani modi di dirmi cose.
4.
(ho premuto pausa, sul lettore, perché ho paura di quello che succede nel crescendo)
5.
il rumore di fondo mi chiedeva scusa a ripetizione. di che, non so: la frase era monca. dopo aver sentito il disco di matthew jay, che poi era qui da qualche giorno, mi sono tornati in mente quegli anni di concerti al palacisalfa. l’uomo con le manone suonava con i la crus, e io piangevo e piangevo durante una canzone che si chiamava “è andata via l’estate”. cosa c’entra “è andata via l’estate”, chiara, con il mese di febbraio? me lo chiedevo da stamattina. sul tetto del palazzo delle assicurazioni generali. guardando in giù e scoprendo palazzi storti. non riuscivo a ricordarmi le parole. ma di sicuro nessuno cantava di scuse da chiedere. le scuse no, quelle devo domandarle io.
6.
ho resistito fin qui. ho fatto una cosa sciocca (no, diverse. come uscire di casa, andare fino al colosseo, bere alla fontanella del coming out e tornare a casa) e ho comprato la canzone su itunes. le parole mi sono tornate sulle labbra nel momento in cui è partita la riproduzione. la domanda monca era su una linea disturbata, così tanto che capivo un punto interrogativo dove c’era solo un punto fermo. il punto fermo metteva un fiocco a una cosa che so già. non la faccio più lunga di quello che già è: ho sbagliato tutte le mie priorità, e ora è tardi. questo ormai fa parte del mio passato.
7.
play. piango.
viste da qui siete belle come un romanzo
(a tutti i santi bevitori intervenuti, grazie)
“gli italiani sono i più grandi attori del mondo. tranne gli attori”
- orson welles, citato da ulderico pesce
“lo spettacolo andrà in scena in luoghi alternativi al teatro, mi sono impuntato su questo perché il tema del lavoro è già stato più volte affrontato da molti autori. debuttiamo al porto di taranto ma portiamo queste inchieste giornalistiche sui luoghi dove si lavora e spesso si perde la vita, cantieri, officine, aziende metalmeccaniche, per capire e far capire il pericolo che si affronta ogni giorno su un’impalcatura sospesa a metri da terra, per percepire il paradosso di lavorare circondati da tubi. che per giunta si chiamano ‘innocenti’.”
* alda merini

this is a happy end, ‘cos you don’t understand
angela dust: tu hai il primo disco di miss kittin?
la prossima sindaca di roma: no, sono una persona di sani principi
“mio figlio ci ha messo un anno per imparare la lettera A. ma non c’è problema, fra 26 anni saprà tutto l’alfabeto”
- il papà di daniel pennac citato dal figlio precario
Finally got to meet Jens the other night, after he played at the Shepherds Bush Empire. He dedicated the song “Shirin” to me, and then said afterwards, “Was that weird? That I dedicated a song about hairdressing to you?”.
- tracey thorn
correre fuori di casa alla velocità di un furetto spaziale e per di più con il sacco della plastica da riciclo che sbatacchia rumorosamente di qua e di là non mi impedisce di cogliere che nell’aria luminosa di questa mattina c’era qualcuno che fischiettava alan sorrenti. proprio “dammi il tuo amore/non chiedermi gnente/dimmi che/hai bisogno di mmmeh”. un fricchettone! come lo zio cocò! come ceccherini nel film di pieraccioni! un figlio delle stelle a spasso dietro al bowling, ecco, sì. son cose che ti fanno simpatia. di più quando mi accorgo che il fricchettone ha, ottimisticamente, almeno 85 anni, cammina come il signor magoo e si trascina appresso una compagna sostenuta a stento e che incede più incerta e malferma di lui. apperò!
dark wine reminds me of you.
the burgundies and cabernets.
the tang and thrum and hiss
that spiral like egyptian silk,
blood bit from a lip, black
smoke from a cigarette.
nights that swell like cork.
this night. a thousand.
under a single lamplight.
in public or alone.
very late or very early.
when i write my poems.
something of you still taut
still tugs still pulls,
a rope that trembled
hummed between us.
hummed, love, didn’t it.
love, how it hummed.

even if it leads nowhere

no you never were and you never will

c’mon