qualche giorno fa ero al palatino. pioveva. qualche ufficio stampa mi aveva già preso carinamente in giro perché sembravo l’omino michelin, solo tutto nerovestito, ma era il mio primo giorno per strada dopo un febbrottone breve ma intenso quindi ‘zzo vuoi? sotto l’arco di tito ebrei ortodossi scattavano col flash impazzito a tutto quello che poteva sembrare vagamente relativo all’inizio della diaspora. anche a basamenti di colonne buttati su mozzichi di praticello, chiaramente nulla a che vedere con israele, ma loro scattavano, scattavano.

all’ennesima botta di pioggia ci accompagnano, sempre carinamente bontà loro, a vedere questo studiolo dell’imperatore augusto. quattro persone massimo, il ballatoio non regge tanto peso. però quando salgono il rutellone e uòlter texas ranger vengono accompagnati da fotografi a scrocco, tutto il relativo entourage e solerti guide archeologiche per un totale di una ventina di personcine piuttosto in carne. ma sto divagando.

rientriamo verso la capanna di romolo. io e una collega più consumata dall’influenza di me ci accappottiamo in un angolo, guardiamo il panorama, in generale aspettiamo l’arrivo delle personalità. passa uòlter. lo guardiamo. ci riguarda. sembriamo due nani da giardino dark, lo so. ride: “vabbé, dai, non siate così infreddolite!”.

ecco, se me l’avesse detto vendola avrei sicuramente obbedito.
invece, per un colpo del destino, ho starnutito.

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