“noone will harm you
inside this song”
- elvis perkins
“noone will harm you
inside this song”
- elvis perkins
ho talmente poca voglia di uscire di casa che quando lo faccio mi sembra di aver strisciato sui gomiti, tanta è la fatica. cammino fino a piazzale flaminio, cambio idea mille volte sul fare inversione a u e tornare indietro, prendere un autobus, o continuare a camminare dritto e vedere dove arrivo. alla fine scelgo l’ultima opzione e arrivo a sbirciare dentro gli scavi di piazza augusto imperatore, ma un’insula sotto emporio armani è un pensiero che mi angoscia, per non so quale motivo. riprendo a camminare, faccio il lungotevere nello stesso senso della corrente e mi spingo verso porta portese: mi serve folla, spintoni affrettati dei ritardatari del natale, scortesia e le stesse frasi ripetute per attirare clienti, a voce sempre più bassa e sempre meno convinte. quando arrivo stanno già smontando, piove ed è ora di andar via. faccio in tempo a vedere, da un vecchio che vende cose trovate nell’immondizia, bagnarsi un cd di “o seasons o castles” buttato in terra. si copre di lacrime e mi si spezza il cuore. vorrei salvarlo, come fa papà coi guanti, ma sono vigliacca e anche a me pizzicano gli occhi.
secondo me io e mio papà non esistiamo davvero. siamo due personaggi che sto leggendo in un racconto di rick moody. o di annie proulx, effetto “avviso ai naviganti”, solo più in piccolo e senza omicidi. qualche volta lo penso.
lui, da quando è in pensione, è ovviamente più malinconico, e non avendo grandi hobby o attività, dovunque si trovi fa lunghe passeggiate. esce, poi torna, poi riesce, poi ritorna. così per una decina di volte al giorno. quando torna ha con sé sempre qualcosa che ha trovato. di solito sono monetine di rame che la gente butta via, irritata dall’esistenza in vita di uno e due centesimi. in questa stagione sono guanti spaiati, che si è messo in testa di raccogliere e possibilmente ricongiungere, in una forma di carramba che sorpresa (”e dal vicolo dietro il fornaio, il guanto destro è quiiiih!”). dice che trova tante cose, a parte i guanti, perché da quando è presbite guarda bene dove mette i piedi perché non riesce a valutare le distanze fra scarpe e strada e ha paura di inciampare. a volte riporta un orecchino, a volte un anello, altre ancora un cucchiaino scosso da una tovaglia fuori dalla finestra. è incredibile quanta roba perda/butti via la gente.
la mattina appena sveglio lo chiamo e per quelle cose che succedono senza mettersi d’accordo, scivolando in un’abitudine, insieme al bollettino sulla salute ricevo un elenco dettagliato di quanto ha trovato il giorno prima. è una specie di gara, che perdo sempre perché nonostante anche io sia una raccoglitrice come lui, sono pure una camminatrice distratta. ieri credevo di aver vinto, finalmente (un coltellino a serramanico), invece mi ha stracciato ancora con un paio di rayban. a parte la presbiopia, non so proprio come faccia.
“devi smettere di frequentare omosessuali”
- dagnééé
eugenio la rocca: “sappiamo che le domus erano di due senatori…”
francesco rutelli: “sono morti, sì?”
qualche giorno fa ero al palatino. pioveva. qualche ufficio stampa mi aveva già preso carinamente in giro perché sembravo l’omino michelin, solo tutto nerovestito, ma era il mio primo giorno per strada dopo un febbrottone breve ma intenso quindi ‘zzo vuoi? sotto l’arco di tito ebrei ortodossi scattavano col flash impazzito a tutto quello che poteva sembrare vagamente relativo all’inizio della diaspora. anche a basamenti di colonne buttati su mozzichi di praticello, chiaramente nulla a che vedere con israele, ma loro scattavano, scattavano.
all’ennesima botta di pioggia ci accompagnano, sempre carinamente bontà loro, a vedere questo studiolo dell’imperatore augusto. quattro persone massimo, il ballatoio non regge tanto peso. però quando salgono il rutellone e uòlter texas ranger vengono accompagnati da fotografi a scrocco, tutto il relativo entourage e solerti guide archeologiche per un totale di una ventina di personcine piuttosto in carne. ma sto divagando.
rientriamo verso la capanna di romolo. io e una collega più consumata dall’influenza di me ci accappottiamo in un angolo, guardiamo il panorama, in generale aspettiamo l’arrivo delle personalità. passa uòlter. lo guardiamo. ci riguarda. sembriamo due nani da giardino dark, lo so. ride: “vabbé, dai, non siate così infreddolite!”.
ecco, se me l’avesse detto vendola avrei sicuramente obbedito.
invece, per un colpo del destino, ho starnutito.
“signorina, dimmi”.
ordino la consumazione, pago e sto aspettando il resto quando la signora si gira a guardare lo stereo, acceso a volume bassissimo. “fammi spegnere va’. ogni volta che c’è questa me succede qualcosa di brutto”.
questa sarebbe carmen consoli. la canzone non la conosco, sarà dell’ultimo disco.
rido: “… di brutto?”.
“e come no! porta ‘na jella! come masini! sentila, sto gatto schiacciato. daje! sentila, se’! anzi, va’, famme da’ ‘na bella grattata!”. e procede a fare esattamente questo, in mezzo al bar.
lo stesso dove una volta il nipote cassiere ha tirato fuori un megafono e ha cominciato a urlarci dentro, in direzione del barista ottuagenario: “sei sordo! ti avevo detto un latte macchiato!” dopo che mi aveva servito un caffé macchiato. non deve sorprendere allora che io ci ritorni con tanta regolarità: è che mi aspetto sempre che succeda qualcosa di altrettanto spettacolare.
(quando non c’ha un cazzo da fa’)
sull’indegna bocciatura per il registro delle unioni civili a roma mi piacerebbe ripubblicare qui col suo consenso una lettera di una signora o signorina che mi ha scritto qualche giorno fa. purtroppo non conosco il suo nome e non saprei come ricontattarla. chi ha copie vecchie del giornale forse la ritrova. in mancanza della sua ferma, cortese, indignata e serena invettiva su diritti civili negati, miopia e ipocrisia di questi politici, la loro buonissima parte almeno, mi piace riportare sempre una cosa bella scritta da michele serra all’inizio della vita al tempo dei dico. l’avevo postata altrove, lo rifaccio qui perché sia utile a qualcuno che di qui ci passa. non a me che forse a questo punto l’ho anche un po’ mandata a memoria:
“Si badi: i Pacs non equiparano le unioni di fatto al matrimonio, come ha scelto di fare (legittimamente, e con l´appoggio del suo elettorato) Zapatero. Non autorizzano adozioni, non parificano lo status di conviventi riconosciuti a quello di genitori, si limitano a riconoscere legalità e, laddove necessiti, assistenza pubblica a nuclei familiari differenti dalla famiglia tradizionale. Semmai, i Pacs allargano l´idea di nucleo familiare anche a famiglie fin qui inconsuete, ma sostenute dall´identico patto privato di mutuo soccorso e di condivisione. Dunque, con i Pacs, non “meno famiglia”, ma più famiglie.
Come tutto questo possa “lacerare la famiglia” si spiega solo con l´impaurita deriva precettistica di un pezzo del mondo cattolico, presa a pretesto da una destra ex liberale che, in mancanza di cultura autonoma, si accoda. Proprio “codismo” si chiamava, un tempo, l´opportunistico ripararsi della destra politica reazionaria all´ombra del tradizionalismo clericale. I codini odierni (dai quali si è smarcato, ancora una volta, l´onorevole Fini) considerano “eversivo” dare dignità e uguaglianza alle libere scelte di loro concittadini. Queste scelte si guardano bene dal costituirsi come principio esemplare, come modello da imitare, come “antifamiglia”. Non ledono di una virgola le abitudini della presunta maggioranza tradizionalista, non tolgono nulla ai diritti altrui, non impongono comportamenti né veti, non allontanano né maledicono, non discriminano né dividono. Semplicemente, esistono, e chiedono soltanto di essere riconosciute come legittime, in aggiunta (non in sottrazione) alla solida e consolidata famiglia tradizionale“.
ho un problema con skype. gli amichetti hanno imparato a farci i conti, i colleghi (lo usiamo per le riunioni, potenza del telelavoro) lo accettano serenamente e mi mandano sms: ogni tanto scompaio. io son lì, lo giuro vostro onore. non mi allontano nemmeno per fare pipì. ma niente, è come parlare al muro. i miei messaggi non partono, i loro non arrivano, e smetto di esistere, almeno nel cyberspazio.
in maniera del tutto empirica, ho trovato che se invece di spegnere e riaccendere ogni volta cambio “modalità di presenza”, da online ad assente, da non disponibile ad invisibile, qualcosa succede. e questo io provo a fare, tutti i giorni fra le due e le tre, finché alla fine mi scoccio e mi tengo skype con tutti i suoi disturbi. così, fra le varie opzioni, per un paio di minuti finisco anche in modalità “skype me”. quella con la faccina sorridente, quella che segnala al mondo “ué lalà, sono simpatica, facciamo due chiacchiere”. “due chiacchiere”, non due foto porno. e “sono simpatica”, non “sono la figlia segreta di ron jeremy”. c’è qualcosa di profondamente angosciante in quei due minuti, meno anche, che trascorro con la faccina sorridente spalmata sul nickname. perché 100 secondi evidentemente bastano a tutti i maniaci d’italia per convergere su di me, lanciarsi all’attacco, spedirmi foto in posa da aspiranti rocco: e che diamine, dove sono finiti i mazzi di fiori di una volta? le porte aperte per lasciar passare prima le signoresignorine? il baciamano (sto trascendendo? sto trascendendo.)? gradirei al massimo anche un noioso “a/s/l please”. ma così è triste. che fine abbiano fatto le superatissime buone maniere lo chiederei ad alex-naked-on-webcam, l’ultima di una lunga serie di conquiste, che nemmeno saluta ma usa come foto del profilo il proprio pisello in erezione (deve avere una ben bassa stima di sé, penso). poi magari si offende pure perché non rispondo. perché alle 14, ora mondiale di fine pausa pranzo, penso al programma di impaginazione e non alle sue dimensioni artistiche. una cosa posso dire, sicuramente al lavoro non m’annoio. e no che non m’annoio non m’annoio, no che non m’annoio…
(dopo le avvisaglie di oggi una vecchiaia da sola proprio non posso permettermela)
(eppure rimango ferocemente misantropa)
(não sei se outro dia virá,
e vem uma voz
fala dos beijos,
perdidos nos labios teus)
le strade sono stranamente sgombre, l’attività intorno ai magazzini un po’ meno febbrile, ma sembra solo pigrizia, non conseguenza dello sciopero. dopo due giorni metto il naso fuori casa per andare a verificare con mano quanti danni abbiano fatto allora sti camionisti a roma nord. questo clima da austerity (l’altra volta ero troppo piccola e poppavo ancora), i supermercati vuoti fotografati in tutta la loro ex-jugoslavità, soprattutto voglio vedere le nonne del villaggio olimpico aggredirsi per l’ultima scatola di pomodoro pelato marca annalisa. il sangue mi ribolle. è meglio che andare a vedere un incontro di cantatore.
sorpresa: di sciopero manco l’ombra. di nonne assetate di sangue, nemmeno. e gli scaffali sono tutti belli pieni, ordinati, colorati e divisi per marca, prodotto, confezione. soldatini sgargianti. siamo pure in pochi, qui. e allora, i camionisti inferociti? dove sarebbero? datemeli! datemeli adesso, che ci mischio la faccia, ci! ma di tutto quello che potevate bloccare, fateme capi’, avete fermato solo i pacchi dei quotidiani? non che vi dia torto, eh.
in realtà lo sciopero degli autotrasportatori ha lasciato tracce anche qui, ma me ne accorgo solo aguzzando la vista. c’è ma non si vede. la protesta ha colpito in modi sottili. o cretini, dipende dai punti di vista. più che altro sono cretini i clienti. manca la birra in offerta (si sa, è un brutto momento e bisogna affogare i dispiaceri), la adelscott invece mai. manca la frittura pronta con impanatura marca orogel, ha lasciato uno scomparto desolatamente vuoto nel banco freezer. manca la coppa malù, il detersivo per lavastoviglie finish, i fagioli borlotti in scatola (però ci sono i cannellini) e mancano - me tapina - le gocciole al cioccolato pavesi, comprese imitazioni di sottomarca. romanordici, spiegatemi bene. ma come la fate la spesa voi in regime di emergenza? quale tilt strano vi cortocircuita tanto da ritenere urgente l’acquisto di confezioni di prugne secche sunsweet (no, un momento: forse la risposta a questa domanda già la so), hamburger topolino, ananas sotto gin e ferrero rocher? rispondete se avete coraggio! e già che ci siete ridatemi le mie gocciole, maledetti!
una persona o forse due sono arrivate qui cercando linda pastan. dopo anni di onorato servizio, il groupismo poetico comincia finalmente a dare i suoi frutti.
scrivi solo di quello che conosci, diceva bene lui. col sorriso moscio, scandendo le parole. si sentiva anche senza microfono, che bello, e che strano. sopra: le stelle. scrivete solo delle cose di cui siete sicuri!, tuonante come dio a indice spianato dalla sua nuvola (o era giove?). scrivi senza imbrogliare!
allora io, per non sbagliare, non scrivo proprio più.
“errata porridge”
comprato dalla mamma di una studentessa inglese un libro di poesie di carol ann duffy. le sembra appropriato sia stato pubblicato dalla casa editrice “anvil”.

“bella ‘zzi!”
non salutano né rowena né gianluca, ma si danno colpi sulle spalle e parlano solo fra loro, escluso uno che è come l’interprete giapponese della comitiva giapponese al ristorante non giapponese ed è incaricato di tenere i rapporti col mondo esterno.
sono vestiti di nero e sono i fratellini piccoli e obesi di pete wentz, questo credo almeno nelle intenzioni e a giudicare dal ciuffino ordinato e l’eyeliner. sono dentro il negozio, che di suo è già piccolo, e prendono prigionieri gli occupanti rimanendo sulla soglia e di fatto bloccando l’unica via di fuga perché sono a disagio, sono adolescenti e soprattutto sono maleducati - quindi non ce la fanno proprio ad arrivare fino alla cassa e a esternare i loro desideri in fatto di shopping. in compenso occhieggiano i volantini appoggiati accanto alla porta e scartano e toccano e commentano e s’incantano a colpi di ‘zzi e cioé (che non muore mai da almeno vent’anni) e bella e figa ed è una croce, di cartoncino bianco bordato nero, con una scritta e una data.
e succede una cosa tenera: equivocano. perché arrivano dal bacillario, perché sono bambini ciccioni senza cuRtura, e perché sono bambini ciccioni (l’ho già detto?) teenager. e si domandano cos’è, e cosa non è, e ne concludono che sarà una “serata gotica a uno de sti locali quattorno, mettono i dischi de marilyn manson, i placebo, forse i fall out boy. bella ‘zzi!”. invece era questo.
poi dice che una si butta sul procedural.
runners up: jill scott; burial; kevin drew; disco drive; amari; common; mark ronson; cassius; sharon jones & the dap-kings; pj harvey; iron & wine; joni mitchell; bettye lavette; siouxsie; justice; m.i.a; spoon; doctor 3;
titolo dell’anno: me’shell ‘ndegeocello “the world has made me the man of my dreams” (il disco è brutto, però)
“mastella? tutti i giorni ci sono ultimatum. sarà stato un penultimatum”.
- massimo d’alema

“an eye for an eye makes the world blind”
“ha sentito che ha detto paparazzi nger stammadina?”.
“no, null’ò sentito. a me ’sto papa numme piace”.
la signora stringe fra le mani un paio di pantaloni della tuta. cerca il sopra.
“numme piace proprio”.
il sopra magari sul banco non c’è, ma la signora se non vede non crede. tipo san tommaso.
“ecchejedevodì, signo’…”
il banchista deve risultare simpatico, sennò niente affari stamattina. porta portese dopo il blitz è piena di vigili, da settimane. il tempo è brutto e la gente al mattino così presto ormai non passa più: si alzano tutti più tardi. quei pochi che ci sono meglio tenerseli buoni.
“… però lo sa che c’ha ragione?”
“e c’ho ragione sì! ma tu t’o'o ricordi uoitila? che bella faccia! che brava perzona!”
mentre chiacchierano, il banchista si fa più accosto alla matrona, che ancora non ha ceduto la presa dal sotto della tuta. anche la signora si sposta verso il commerciante. sembra che da un momento all’altro lui debba invitarla a ballare. e a modo suo, lo fa.
“sì, sì, e poi era emozionante quando parlava…”
“e come no! io me mettevo sempre a piagne quanno parlava. ’sto papa tedesco, invece…”
il banchista si stringe nelle spalle, scuote la testa: come se stessero a discutere di un figlio che a scuola non si applica. la signora ha preso il via. il suo posto intorno al tavolaccio viene occupato da una ragazza dell’est europa, che trova il sopra della tuta i cui pantaloni lei ancora stringe. lo considera e lo paga. lei non se ne accorge. è troppo presa dall’argomento.
“quanno parla se capisce lui solo, e quer segretario modello che c’ha lì dietro. se vede che è teologo. noi da sotto stamo lì e se guardamo. ma ch’avrà detto? booh. e poi, se je posso di’… c’ha la faccia cattiva. capito come dei cattivi dei firm? sembra che è cattivo, ecco”.
“uoitila era tutto n’artra cosa. c’ha ragione, c’ha proprio ragione”.
il finale di partita è a sorpresa. come sempre. prima una goccia, due. poi un cataclisma d’acqua e foglie.
“uh, oddio! fammene anna’, va’! guarda come piove! c’ho er bucato steso! uh! ah!”.
e molla, finalmente, i pantaloni. il banchista la guarda male. tutto ’sto sforzo, e c’ho pure perso 8 euri.
“If the inquiry names names, then names will be named”
- Gordon Brown