le sette e dieci quando torno
l’alba è un coso sporco e bagnaticcio di rugiada nel quale mi infilo con vestiti troppo leggeri per la temperatura che c’è. mi piace uscire così presto al mattino anche se non serve a niente. forse mi piace tremare. il mondo è ancora abbastanza inoffensivo a quest’ora. non c’è bisogno di affrettarsi e anche gli automobilisti, quei pochi che ci sono, fanno più attenzione del solito all’occasionale pedone (in tutti i sensi, qualcuno rallenta e mi guarda come fossi mezzo chilo di salsicce sul banco di macelleria). le macchine sembrano tutte schegge impazzite, sì, ma al ralenti. magari al ritmo gentile di una cosina qualunque di dustin o’ halloran, e quasi ballano un tango. c’è la certezza, e so che mi sbaglio, che potrei fare questa cosa per sempre, alla stessa ora, partendo sempre da questo stesso portone, schivando cani rabbiosi, zingari addormentati, un servizio di ceramica verde che qualcuno ha seminato come molliche sulla strada di casa. invece fra un mese, sei mesi, un anno sarò altrove, e queste passeggiate saranno state sacrificate sull’altare di qualcosa che adesso non so nemmeno immaginare. col rispetto fra insonni dimenticato, dimenticato come il prossimo pensiero.
l’una e nove quando rientro
c’è differenza fra camminare di notte a roma o in un paesone della provincia? la distanza che percorro dal terminal dei bus alle stanze dove riposerò è la stessa, penso. sono una donna che si infila tra palazzi scuri con tutti gli occhi spenti in tutti e due i posti. un po’ di brividi, o devo liberarmi della sciarpa di cotone. ho fontanelle di strada da entrambe le parti. solo a una mi fermo a bere, contenta dell’acqua che si infila fra le dita, contenta di passarmele sul viso. e solo in un posto stacco il jack delle cuffie per sentire che bello che è il rumore dell’aria intorno. tre fagottini alle mele, grazie e buonanotte. sbaglio la chiave che gira nella toppa, cammino scalza fino a un letto che non è mai il mio, buonanotte, buonanotte.
le venti e diciotto quando mi alzo
non mi accorgevo nemmeno che diventava buio. era bello in un modo banale stare davanti al computer, chiacchierare senza guardarsi negli occhi, perché non c’erano occhi da guardare. tre ore passano in un attimo. tre ore in cui avrei potuto fare altro. era bello - da qualche parte bello - pensare all’autunno che arriva e avere l’impressione che qui solo con una camicia addosso l’ho fregato, ho trovato una nicchia nella quale non arriverà mai. ma non è vero: basta guardare i platani. hanno capito una cosa che noi ci ostiniamo ancora e ancora a non vedere. era bello anche stare ad ascoltare i motori sotto i davanzali, immaginare dove andranno quelle persone, chi vedranno. dopo un giorno sul terrazzo entro in casa con fastidio, arresa. la decisione non è la mia.
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