sono giorni che ci penso. l’immagine si è incastrata fra palpebra chiusa e palpebra aperta. un dito nella porta, un biglietto sotto la soglia, una foglia che si sbriciola in una saracinesca che si riavvolge. ed è stupido scriverlo qui, c’è un bloc notes apposta per queste frasi o pezzi di - ma ho fretta e sono qui adesso, no? l’immagine è un volo di monete dalla mano sbadata, disattenta, di chi dà soldi a un mendicante. gli spiccioli - leggeri, piccini: nessuno ha voglia di mettere la mano ai pezzi più grandi e di valore - descrivono una piccola cascata di rosso e giallo sporco, non proprio un arco, nemmeno ci prova ad esserlo. li vedo calare al rallentatore, il gesto della mano è sgraziato. ho sentito la voce di qualcuno cantare ed è la cosa più vicina a quel lancio di monetine. non il silenzio nel piccolo arco descritto fino a terra, ma il desiderio di chi sta sotto di loro ad aspettare il loro arrivo. quella voce è quel desiderio. l’occhio attento, la bocca semiaperta, una fotografia in attesa di essere scattata e che sa di essere perfetta. il momento passa, il clic c’è stato oppure no, le monete saranno al loro arrivo comunque e sempre una delusione. ma l’aspettativa è perfezione, è sesso, un’onda gigantesca e così la voce, la voce che non c’è più.
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