Archiviazioni mensili: Settembre 2007

un anno fa usciva il giornale per il quale mi pregio di lavorare. festeggiamenti!

“la lettura è la sola rassicurante compagnia nella marea umana in cui nessuno ti guarda”

- bernardo valli, la repubblica, 28.09.07

avrei un lungo discorso da fare sulla perfezione di “let me know” di roisin murphy, sia dal punto di vista sonoro (andy cato dei groove armada gestisce: motivo di più per augurarsi che i g.a. mollino i propri dischi per fare solo quelli degli altri) che testuale (un manifesto di liberazione della ragazza che mancava dai tempi di, sì, donna summer prodotta da moroder). ho provato a scrivere il perché e il percome, ho perso il numero di volte in cui ho già ascoltato i remix di joey negro deliziata perché l’ho beccato a utilizzare anche riff di chitarra semi-scritti politti.

ma non mi viene così bene spiegare la mia coscienza dancefloor. ce l’ho e basta, e ne vado orgogliona. come dicevo alla burbi ieri, “è bello quando finalmente non devi più sentirti in colpa perché ti piacciono le stesse canzoni che amavi quando avevi cinque anni”. dev’essere una cosa che ha a che fare con la mia generazione, anche se spero di no, perché in un mondo giusto questo pezzo dovrebbe essere primo in classifica, unire i popoli divisi, far battere il piedino a condoleezza rice sotto la scrivania, quel genere di cose importanti che cambiano la storia con un nulla.

comunque alla fine pur avendo elaborato un semisaggio che traccia una linea che va da diana ross a roisin m. passando per tom cruise che balla in mutande in “risky business”, “you sure do” degli strike, il video di “bad ambassador” e il robot dei playgroup in “number one”, stringendo stringendo volevo solo dire che questo qui sotto è per me il singolo momento musicale più bello dell’anno.

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il video ad alta definizione

le recensioni su stylus

(messaggio subliminale per mio fratello)

“siamo tutti cianotici. per alcuni secondi a tutti manca l’aria”

- richard mccann

le sette e dieci quando torno

l’alba è un coso sporco e bagnaticcio di rugiada nel quale mi infilo con vestiti troppo leggeri per la temperatura che c’è. mi piace uscire così presto al mattino anche se non serve a niente. forse mi piace tremare. il mondo è ancora abbastanza inoffensivo a quest’ora. non c’è bisogno di affrettarsi e anche gli automobilisti, quei pochi che ci sono, fanno più attenzione del solito all’occasionale pedone (in tutti i sensi, qualcuno rallenta e mi guarda come fossi mezzo chilo di salsicce sul banco di macelleria). le macchine sembrano tutte schegge impazzite, sì, ma al ralenti. magari al ritmo gentile di una cosina qualunque di dustin o’ halloran, e  quasi ballano un tango. c’è la certezza, e so che mi sbaglio, che potrei fare questa cosa per sempre, alla stessa ora, partendo sempre da questo stesso portone, schivando cani rabbiosi, zingari addormentati, un servizio di ceramica verde che qualcuno ha seminato come molliche sulla strada di casa. invece fra un mese, sei mesi, un anno sarò altrove, e queste passeggiate saranno state sacrificate sull’altare di qualcosa che adesso non so nemmeno immaginare. col rispetto fra insonni dimenticato, dimenticato come il prossimo pensiero.

l’una e nove quando rientro

c’è differenza fra camminare di notte a roma o in un paesone della provincia? la distanza che percorro dal terminal dei bus alle stanze dove riposerò è la stessa, penso. sono una donna che si infila tra palazzi scuri con tutti gli occhi spenti in tutti e due i posti. un po’ di brividi, o devo liberarmi della sciarpa di cotone. ho fontanelle di strada da entrambe le parti. solo a una mi fermo a bere, contenta dell’acqua che si infila fra le dita, contenta di passarmele sul viso. e solo in un posto stacco il jack delle cuffie per sentire che bello che è il rumore dell’aria intorno. tre fagottini alle mele, grazie e buonanotte. sbaglio la chiave che gira nella toppa, cammino scalza fino a un letto che non è mai il mio, buonanotte, buonanotte.

le venti e diciotto quando mi alzo

non mi accorgevo nemmeno che diventava buio. era bello in un modo banale stare davanti al computer, chiacchierare senza guardarsi negli occhi, perché non c’erano occhi da guardare. tre ore passano in un attimo. tre ore in cui avrei potuto fare altro. era bello - da qualche parte bello - pensare all’autunno che arriva e avere l’impressione che qui solo con una camicia addosso l’ho fregato, ho trovato una nicchia nella quale non arriverà mai. ma non è vero: basta guardare i platani. hanno capito una cosa che noi ci ostiniamo ancora e ancora a non vedere. era bello anche stare ad ascoltare i motori sotto i davanzali, immaginare dove andranno quelle persone, chi vedranno. dopo un giorno sul terrazzo entro in casa con fastidio, arresa. la decisione non è la mia.

bisogna che qualcuno prenda seri provvedimenti. sono almeno dieci giorni che nessuna conferenza stampa di roma e dintorni offre non dico un pasto completo, ma almeno quel calice di prosecchino che ti fa affrontare un pomeriggio di scrittura e telefonate deliranti di anziani ex gappisti ex stornellatori ex compagni di merende con il giusto slancio. il governo deve fare qualcosa. la gggente non può arrivare a fine mese in queste condizioni. siamo professionisti! metteteci in condizione di lavorare! (e oh.)

now that you’re gone things don’t seem the same
i may just have to give them different names
like:
soaking wet blanket for the sky
and faded black stars for your eyes

now that you’re gone things don’t look the same
as if the pictures found another frame
the memories alone must take care
the wind doesn’t mess up your hair

death is just the moment
when the dying ends
death is just the moment
when the dying ends
when the dying ends

eef barzelay

“i felt a little guilty for forgetting my wedding date, so i changed all my bank and security codes to my anniversary… um, now i have to change them back”

- jerry o’ connell

even this late it happens:
the coming of love, the coming of light.
you wake and the candles are lit as if by themselves,
stars gather, dreams pour into your pillows,
sending up warm bouquets of air.
even this late the bones of the body shine
and tomorrow’s dust flares into breath.

mark strand

sono giorni che ci penso. l’immagine si è incastrata fra palpebra chiusa e palpebra aperta. un dito nella porta, un biglietto sotto la soglia, una foglia che si sbriciola in una saracinesca che si riavvolge. ed è stupido scriverlo qui, c’è un bloc notes apposta per queste frasi o pezzi di - ma ho fretta e sono qui adesso, no? l’immagine è un volo di monete dalla mano sbadata, disattenta, di chi dà soldi a un mendicante. gli spiccioli - leggeri, piccini: nessuno ha voglia di mettere la mano ai pezzi più grandi e di valore -   descrivono una piccola cascata di rosso e giallo sporco, non proprio un arco, nemmeno ci prova ad esserlo. li vedo calare al rallentatore, il gesto della mano è sgraziato. ho sentito la voce di qualcuno cantare ed è la cosa più vicina a quel lancio di monetine. non il silenzio nel piccolo arco descritto fino a terra, ma il desiderio di chi sta sotto di loro ad aspettare il loro arrivo. quella voce è quel desiderio. l’occhio attento, la bocca semiaperta, una fotografia in attesa di essere scattata e che sa di essere perfetta. il momento passa, il clic c’è stato oppure no, le monete saranno al loro arrivo comunque e sempre una delusione. ma l’aspettativa è perfezione, è sesso, un’onda gigantesca e così la voce, la voce che non c’è più.

“panico in prefettura per un allarme bimba”

in the night the house is thin and blue
it wants a blanket; it shivers
the windows are like snare drums
i wish you were here.
i wish you were on your way here
in a car going past streetlights
with your face going light and dark
and noises coming and going like molecules
your hands relaxed on the steering wheel
knowing your own mind
humming a tune of gentleness.
then you would be here
exactly here.
and the house would be pink and bright
and it would be quiet in the house
the drums gone silent, the shivering stopped.

sue may

dice p. che sarà un bel mese di settembre. in quel momento esatto penso di aver sognato due gocce cadermi sulle nocche, ma no: c’erano sul serio, piccole e poco convinte. ma pur sempre gocce. non pioveva da mesi. stasera tiro giù il piumone e perdianacacciatrice ci dormirò saporitamente, perché dice p. che sarà un mese fantastico. dice di sì. controlla il cielo, annuisce a se stesso. ma p. ne sa a pacchi, e io mi devo fidare.

dice p. che non è mai stato in sudafrica, e pensa che gli piacerebbe molto, e anche ai suoi figli. dice p. se voglio andare con lui, oppure in liguria.

dice p. di non fare cazzate. poi si accarezza i pelazzi dei baffi che gli arrivan fin giù al collo.

dice p. che si scusa, se dice le prime cose che gli vengono in mente. dice p. che è fatto così.

dice p. di prendere pure un pescetto dal suo piatto. non so come si chiamino. non mangio niente pesce, io. “ma con le dita?”. dice p., eccerto! poi dice p. che lui non può prenderli, i pescetti, con le dita. “ma sono le tue”, dico io. però dice p. che siccome fuma tre pacchetti di marlboro al giorno ha le mani che puzzano di nicotina di merda. così dice p., che non ci pensa proprio a mettersi in bocca quel sapore. penso che p. è ben strano. lui non dice niente, adesso. allora stiamo un po’ zitti. dice p. che sono permalosa.

dice p. dove andare se vuoi vedere il mare per davvero. altro che i tuoi delfini del cazzo, dice p. poi mi spiega esattamente dove, sulla riviera di ponente. con i treni, le corriere e le osterie dove mangiare che se chiedi gentilmente ti fanno anche dormire la notte e non ti fanno mica pagare. e poi ti sveglia all’alba una vecchina e ti porta a raccogliere funghi, e ti fa passare tutte le maladie, ora e persempre.

“ho visto il tuo nuovo blog. non c’ho capito niente, però”

- dagneeeee’ 

“nel 1776, la dichiarazione di indipendenza stabilì che tutti gli uomini erano stati creati uguali e che a ogni americano venivano promessi ‘certi diritti inalienabili’. tra questi, figuravano il diritto alla ‘ricerca della felicità’, come se la felicità fosse un animale selvatico in agguato nella foresta e nella macchia della vita e tu, al pari di chiunque altro, dovessi andartene in giro a seguirne la pista, con tanto di cani a fiutarne l’odore e fucili pronti a fare fuoco. continui a cercare, nel tentativo di stanare questa creatura elusiva e sfuggente ed esiste sempre la possibilità che, col passare degli anni, tu non riesca nemmeno a scorgerla o persino a riconoscerla mentre ti passa rapidamente accanto. ma cosa succede se effettivamente riesci a trovare la felicità e a tenerla salda tra le mani? devi lasciarla fuggire, per far proseguire la gioia della caccia? oppure è qualcosa che puoi tenere in serbo per sempre, a dispetto delle vicissitudini e delle circostanze? e se hai il diritto di inseguire la promessa della felicità, allo stesso modo hai anche il diritto di distruggere qualsiasi traccia di infelicità che si frappone fra te e la tua ricerca?”

julia blackburn

la mia neonata passione per tutto ciò che vagamente ha a che vedere con la cucina mi porterà, me lo sento, alla catastrofe finanziaria con enorme soddisfazione. all’origine di tutto la mia fissazione pressoché erotica per il magic bullet. la mia vita non può essere completa senza! me lo sento! ora sono al tracollo. dopo aver cercato invano questo, dopo essermi sciroppata pure “sapori e dissapori” unicamente per poter imporre il fermoimmagine a ogni inquadratura di pastelle/juliennes/triti eccetera, oggi ho infine messo mano al portafoglio. e sono tornata a casa con jamie oliver. che mi succede? sto accarezzando la copertina di jamie’s italy da troppe ore. non è normale! leggo anche le didascalie delle foto. non è da me! io quel panzone l’ho sempre trovato irritante, oltretutto. che qualcuno lo chiami e gli chieda aiuto psichiatrico (per me). deve esserci un gruppo di supporto quando qualcuno cade preda dei suoi volumi.

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(no, lui è raramente così grasso ma rendo l’idea o no?)
ora comunque mi allontano, devo andare a fare la zucca al forno coi pinoli.

hasta siempre

ap

allora ricapitolando abbiamo avuto:

- eseguire l’integrale di chopin al pianoforte con lo stesso ditino deciso di rubinstein;

- disegnare come wyeth;

- oppure anche cucinare come artusi;

- e infine scrivere una frase così bella che le studentine di tutto il mondo unite se la sarebbero copiata sui rispettivi diari di scuola (o zainetti).

ma niente, non me n’è riuscita nessuna. specie l’ultima.

“… INSOMMA! non si può parlare, arriva uno e non puoi dire questo, non puoi dire quello… DATECI GLI STIPENDI! se volevo stare muta facevo la PIANISTA!”

i got signed to EMI because i reminded them of robbie williams.

- roisin murphy

coincidenze inquietanti, cari amisci. negli ultimi giorni rose byrne moriva in due film diversi sempre mentre stavo prendendo a cucchiaiate la nutella. forse il demiurgo vuol dirmi quaccheccosa?

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sono contenta di avere heroes in prima serata su italia 1 perché mi consente l’ammirazione della versione in lingua italica di mohinder suresh (sendhil ramamurthy). non posso che rammaricarmi però per l’assenza totale di r arrotate nei dialoghi di casa nostra. quelle me lo rendevano così… così… CARINO! (argomento inoppugnabile, ne converrete, per trattare l’argomento in forma giornalistica)

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