don cheadle: mr. banks, do you know what chuck berry said every night before counting one, two, three, four?
al pacino: what did he say?
don cheadle: pay, me, my, money!
don cheadle: mr. banks, do you know what chuck berry said every night before counting one, two, three, four?
al pacino: what did he say?
don cheadle: pay, me, my, money!
and what if i told you i was in love with this?
la casa ha un salotto, il che è buono. e quasi una stanza per gli ospiti. non ci sono i balconi, e la mia camera non è molto più grande di quel mozzico che era quella di prima. anzi, forse è proprio delle stesse dimensioni. i gatti sono i veri padroni di casa. scagazzano e mangiano e dormono e ricominciano e vogliono te, il tuo letto, i tuoi abiti come cuccia. i vicini, e i loro cani, sono rumorosi, e a mattina inoltrata, che piova o ci sia il sole, sono tormentata dalle scale della studentessa di canto al piano di sopra: la la la la la la la la laaaa. pro e contro.
ma ieri ho scoperto che il giradischi abbandonato in un angolo del soggiorno non è rotto come quelli delle case precedenti. non è un soprammobile. all’improvviso hanno un senso le copie di ziggy stardust, di closer, boys don’t cry, join hands, powerage, 101. e seven swans, che avevo tirato fuori da una scatola come portafortuna, come accessorio per la stanza che puzzava di pot pourri vecchio (oddio il pot pourri): ora è sul piatto, e il sufjano canta.
questa casa ha potenziale.