Archiviazioni mensili: Agosto 2007

don cheadle: mr. banks, do you know what chuck berry said every night before counting one, two, three, four?

al pacino: what did he say?

don cheadle: pay, me, my, money!

and what if i told you i was in love with this?

la casa ha un salotto, il che è buono. e quasi una stanza per gli ospiti. non ci sono i balconi, e la mia camera non è molto più grande di quel mozzico che era quella di prima. anzi, forse è proprio delle stesse dimensioni. i gatti sono i veri padroni di casa. scagazzano e mangiano e dormono e ricominciano e vogliono te, il tuo letto, i tuoi abiti come cuccia. i vicini, e i loro cani, sono rumorosi, e a mattina inoltrata, che piova o ci sia il sole, sono tormentata dalle scale della studentessa di canto al piano di sopra: la la la la la la la la laaaa. pro e contro.
ma ieri ho scoperto che il giradischi abbandonato in un angolo del soggiorno non è rotto come quelli delle case precedenti. non è un soprammobile. all’improvviso hanno un senso le copie di ziggy stardust, di closer, boys don’t cry, join hands, powerage, 101. e seven swans, che avevo tirato fuori da una scatola come portafortuna, come accessorio per la stanza che puzzava di pot pourri vecchio (oddio il pot pourri): ora è sul piatto, e il sufjano canta.

questa casa ha potenziale.

A sera, qualche cosa alle mie spalle.
Trasalisco un istante, tremo,
o rimango di sasso e brucio.
Non so più che età ho.

- Elizabeth Bishop

c’è un’ombra che si allunga alla mia sinistra, potrebbe essere un’albero spostato dai fari di una macchina o il sogno della tua testa spettinata, che attira una mano pensierosa e cocciuta come una calamita a sistemarsi i capelli e i pensierini della buonanotte.

apro e chiudo gli occhi, la bocca, come se volessi parlarti. ma poi le mani, come se volessi scuoterti. a volte prendo il telefono, lo stringo, lo metto via prima di cercare il tuo numero, che non ho mai imparato a memoria. mi dico che è qui che devo leggere un segno. un presagio. nonostante questo non ti ho mai sognato. nemmeno una volta, mai.
per strada rimango in piedi con la faccia nella sciarpa e le dita ghiacciate e faccio un lungo discorso, uno strano discorso, all’albero o all’ombra della tua testa. alla quale voglio davvero bene, ma tu non ci credi – lo so. in un minuto ho sei anni e un amico immaginario, solo che tu sei davvero in questa città che a volte è piccola come un presepe, altre si allunga verso l’orizzonte come un elastico che non torna indietro mai. così non so più come vivi, che vestiti porti, che canzoni ti fanno piangere. io racconto alla tua ombra magra magra tutto delle mie. confesso che non vado più a vedere concerti, per paura di incontrarti e non sapere dove spostare lo sguardo. la tua ombra è come te, troppo severo, e la sento rimproverarmi. le lascio in regalo le cose che spero per te: che non ti cascheranno mai i capelli, così che da adulto sarai bello come un attore del cinematografo; che imparerai a maneggiare l’arma del perdono per ferirci più gente che puoi; che smetterai di fumare quelle sigarette cinesi del cazzo; che non spezzerai più il cuore a nessuna.

l ‘albero e il tuo profilo stanco non fanno nessun cenno di essersene dati per inteso. la faccia mi pizzica e non per il freddo. le auto sfrecciano, illuminano una donna di sei anni che imita un appendiabiti su un marciapiede, a qualcuna pare logico dare un colpo di clacson. senza nemmeno salutarti faccio le scale di corsa, è la vergogna.

i had a dream i could buy my way to heaven
when i awoke i spent that on a necklace

— kanye west

- garlasco e un altro pezzo di bravura di francesco battistini sul corriere

- il nuovo ballo per l’autunno ce lo insegna elijah wood:

- oh no! fate scorte di cibo, nascondete i gioielli di nonna, imparate a magnavve le bacche: dice il guardian che tornano sia courtney love che shaun ryder.

all i can do is be me… whoever that is.
— bob dylan

(victor borge)

- rebecca moore protagonista del corto “the tourist”.

- un paio d’ore fa ho incontrato sondre lerche (non scherzo) che infilava buste della spesa in una fiat punto a noleggio. ho pensato, è lui o non è lui? è lui o non è lui? era proprio lui. con la sua signora, molto evidentemente in vacanza. ad ogni modo qui è possibile scaricare quattro tracce dalla sua esibizione al south by southwest ultimo scorso.

quasi a filo con il trentennale presleyano e la scomparsa silenziosa di lee hazelwood se n’è andato ancora più in silenzio pure tony wilson. ma siamo ancora in tanti a far vacanza e pure i giornali hanno ignorato o ridotto la notizia ai minimi box. tony wilson. quello che i joy division, quello che gli happy mondays, quello che la factory e la hacienda. quello che 24 hour party people. aveva un cancro, ma se l’è portato via un infarto.

nme

da quando ho imparato ad apprezzare il caffé del baretto a mille passi da casa mi sottopongo volentieri al rito di farmi stritolare da due panze alcoliche di altrettanti muratori, o di soggiornare nella linea di tiro dell’alito fetido di certi impiegati perché questa esperienza mi schiude le porte di un’educazione di tipo superiore che mi sarebbe rimasta preclusa altrimenti.
intanto mi ha insegnato che esiste la cloridrosi, che è in pratica la condizione di chi secerne sudore colorato. fenomeno affascinante.
poi mi ha illuminato sui gusti televisivi degli italiani (ce ne fosse uno che dichiara di guardarla, quella cosa quadrata. pare che faccia schifo a tutti).
e infine mi ha permesso di sviluppare la teoria che segue:
se la politica in italia è quel che è, è tutta colpa del caffé.

mi spiego.
lamentiamo la gemmazione, continua e tutta tricolore, dei partiti. insieme allo spezzettamento delle forze politiche, questo è semplice specchio della nostra società. basta andare al bar e nemmeno ordinare – ma rimanere in paziente ascolto davanti alle richieste più diverse di un:
-caffé
-caffé macchiato caldo
-caffé macchiato freddo
-caffé decaf
-caffé freddo
-caffé shakerato
-cappuccino
-cappuccino chiaro
-cappuccino schiumato
-cappuccino freddo
-cafféllatte (che ho scoperto non essere la stessa cosa del cappuccino freddo)
-latte macchiato
-latte macchiato schiumato
-moretto

e via discorrendo. capisco che chacun a son goût, ma questo è esagerare. ed è lo specchio esatto di quanto accade nel mondo della politica di casa nostra.
c’è quasi da gioire che all’america lo starbucks sia arrivato dopo elefantini e somarelli. sennò sai che casini, coi frappuccini e i double lattes.

cinque anni fa avevo un blog. poi l’ho chiuso. tre anni fa avevo un altro blog. ho chiuso anche quello. inutile dire cosa sia accaduto a quello che ho aperto per terzo. e poi al quarto, quinto e sesto. ho anche perso il conto, nel frattempo. così non so più se ho già collezionato più di 10 indirizzi o se ancora debba arrivare al numero tondo. fatto sta che sono lì fuori. pagine aperte e lasciate a prendere polvere qua e là, una manata di post e link e meravigliose chicche che nessuno legge tranne selezionatissimi. spalmati su tante piattaforme quanti sono i figli di angelina jolie.

i motivi della chiusura sempre gli stessi. mi sentivo una commentatrice inadeguata, oppure mi annoiavo. o ancora certi visitatori si facevano troppo invadenti, troppo presuntuosi nel giudicarmi. troppo. e allora ciao.

e insomma.
ieri mi sono svegliata con l’idea di riprovarci. in maniera seri(os)a. più che altro mi sento maggiormente motivata. troppe volte mi viene un pruritino creativo alle mani quando leggo certe cose sulle pagine altrui, e fare la signorina silvani d’antan nei commenti non è così efficace. e poi twitter, tumbler e compagnia cantante non servono a un acciderbolo. chi è d’accordo con me sollevi l’indice dal mouse.

di nuovo a cavallo, dunque.
solo che io non so cavalcare!