penso che a mente fredda possiamo riflettere con serenità sui motivi di una sconfitta elettorale. tipo questo:

(trovato qui. non che gli altri banner siano migliori…)

“actress christina ricci has “given up” going to music concerts - because she is so short she can never see the stage”.

“architecture is not buildings. we get confused lots of times because architecture and buildings are not the same, and i don’t think it’s a question of semantics. but i think it’s very important to point out that buildings ARE buildings. they are made out of bricks and stone and concrete and wood and plastic (…) they have a space that they contain, they look like something, they are usually bigger than me (…). architecture is ABOUT buildings (…). a building is a product of arcitecture, and if one looks at it carefully enough, one can find architecture in it (…). the building is, for me, the evidence of architecture.
(…)
so what is architecture? and to ask the fundamental question, what is architecture, is to ask why does one build, why does one make buildings? and i would answer that one makes architecture first of all because it makes us at home in our modern world, which of course makes sense when we make houses, because it produces a sense of belonging, of being at the same place at the same time.
to be at home in the modern world, maybe all you need is a chair. maybe all you need is your ipod. maybe all you need is your mother calling on your telephone. maybe all you need is a good suit. maybe all of these things are not enough, no: i’m sure all of these things are not enough, but i’m also sure that most of our buildings are too much. we have to ask what is the essence beyond a good chair, and before a big house, that makes us feel at home. but we can also try to understand our world through architecture (…) because architecture can be a form of criticism, a criticism in itself. and we will show, in venice, ways in which architecture is moving beyond buildings. not because buildings are bad, but because buidings are the starting point: to find out in which way to be at home in the modern world, in which way to figure out the modern world, in which you can find your way to the modern world”.

- aaron betsky

la biennale di architettura
cincinnati art museum

(se non se la sono poi magnata, questa torta - fatta da bugo con le sue manine sante - è in mostra alla galleria mondo pop di via dei greci, 30 - roma)

(in autobus. che cos’è la morte secondo un bimbo di 4 anni)

bimbo: è quando non ci sono più.
nonna: e dove vai?
bimbo: sono uscito! con papà, mamma e nonna.
(la nonna a questo punto si sarà anche grattata eh)

‘’se il progetto e’ salvare rifondazione comunista, allora sono molto disponibile. darei tutto me stesso. se invece si tratta di salire su un ring ed entrare in un meccanismo di lotte politiche per il potere, come ormai succede in questo paese, devo dire la verità: non sono molto stimolato”. lo ha detto il presidente della regione puglia nichi vendola, ai microfoni di ecotv durante la presentazione a roma della 13ma biennale dei giovani artisti dell’europa e del mediterraneo.

- nichi vendola is my homeboy
(via ansa. è che ormai c’è ben poco cui aggrapparsi)

through his eyes i can see
what is wrong with me

- quanti giorni?
- quanti giorni COSA?
il villaggio olimpico attira una serie di disperati un po’ anomali. sono sempre gli stessi, da anni. ogni tanto spariscono, poi tornano come se fossero rientrati a casa da una lunga vacanza intorno al mondo. solo che non sono ricchi, non sono dotati di yacht o jet privato. vengono qui perché si sentono sicuri. pochi negozi, niente locali, solo appartamenti, e quasi tutti abitati da vecchi. si può dire che se non accettati siano tollerati senza troppi fastidi, anche se una volta ho visto il direttore del supermercato prendere a schiaffi joszef. ed è joszef che parla. parla col fioraio. dorme tra le altalene. ogni mattina scompare prima che arrivino i passeggini più mattinieri, non senza lasciare una scia di monnezza dietro di sé. è sempre ubriaco, sempre. di vinaccio, di birra. qui in piazza lo trattano male, ma poi gli comprano altro vinaccio. lui è sempre su di giri.
- in quanti giorni muore joszef?
- stasera, joszef. stasera!
- ma vafangulo!

ieri sera ho imparato che si può trascorrere l’intera durata di una cena fra amici parlando solo di due argomenti. il primo è helen folasade adu. l’altro non lo dico :D

“peccadillo” è un falso vezzeggiativo.
perché non importa quello che dice la grammatica spagnola, non esiste peccato abbastanza minuto da poter essere dimenticato in tasca, da starti comodo addosso senza creare strane gobbe sulle schiena. non c’è una bugia così inoffensiva da non sapere comunque rosicchiare fino a fare male, anche quando si presume di avere la situazione sotto controllo. perché peccadillo quello lascia intendere: un cucciolo inoffensivo, un cosino piccolo e delizioso che sta lì, fa qualche verso che manda in brodo di giuggiole, un tesoruccio. invece la parola non indica strani animali preistorici sopravvissuti avventurosamente alle glaciazioni, e nemmeno esotici peperoncini da farti piangere di piccante.

invece sono quelle cose che tengo per me. da non credersi. erano abbastanza in fondo al cassetto, o almeno pensavo. credevo fossero senza importanza (una bugia detta a fin di bene, grano in un rosario che lascia i segni brutti nelle mani, sasso che si abitua a stare nelle scarpe e a non muoversi di lì) e potessero rimanerci. ma in poche settimane ritornano nei film, nei libri, in tv, anche in una canzone, anche se quest’ultima la scavallano, per infilarsi dentro tutte le tracce del disco di clare bowditch, australiana “di sconvolgente medietà” (come recitava un bel biglietto di auguri che conservo dagli anni ‘80 per non aver mai trovato qualcuno che se lo meritasse) ma che in queste settimane c’è stata come il cacio sui maccheroni del mio sentire. lei, le sue canzoni e non solo le sue, in un rincorrersi di parole frasi verbi buttati lì a dirmi di smettere di accatastare parole frasi verbi, smettere di nascondere sotto il tappeto cose che sento, smettere di tacere per buona educazione. cassetto spalancato, rovesciato a terra: vuoto.

il problema è, maledetti peccadilloes*, che la buona educazione non se ne va mai a dormire. e certo amore è più forte degli strappi che dò al suo guinzaglio. non lascia andare, io nemmeno, e non mi concedo nemmeno il paragone con una scena madre: sono solo io e questi selvatici di peccadilloes in siparietti che strappano aggrottamenti come strappano risatine. ma io sono davvero ridicola nei miei minuetti, mentre in queste canzoni c’è una quadratura del cerchio che clare bowditch, la signora sodastream, raggiunge con apparente leggerezza. ma avrà limato pure lei, ci scommetto, come hanno limato colleghe e colleghi di muxtape e come provo a fare io durante le piccole passeggiate fuori da me, da e verso il bar mentre mi piovono intorno gli inevitabili ultrapioppi. lì c’è per cinque minuti leggerezza, ma finisce invariabilmente quando il cervello accosta sui significati di certe altre parole, come in una mappa muta sulla quale scrivo a penna nomi di città dove non so se voglio tornare. ascolto troppo. allora niente, mi terrò la mia buona educazione vicina, che lieve come bowditch non sarò mai, assomiglierò sempre di più a gemma hayes e i suoi mumble mumble, leggerò come lei troppo in certe parole e mi stupirò di quello che gli altri non vogliono vedere nelle mie espressioni. il peccadillo mi torna scodinzolando in braccio, e fra qualche anno riproverò con l’addestramento, chi lo sa.

* grazie a joleisa!

* saluto romano?

onorevole water? onorevole water vertroni? a te che sei tifoso di cose di calcio vorrei ricordare cosa accade a un mister che imbrocchi la serie negativa della vita. che siano tre partite o sette, che sia una semifinale di coppa clamorosamente ciccata o qualche intemperanza di troppo dalla panchina, se fa innervosire il presidente, esso (nel senso dell’allenatore) viene esonerato. non ci stanno santi: alla fine del campionato non arriva. non vedo perché debba arrivarci dunque tu, o il gruppo dirigente intIero di questo scatafascio chiamato piddì. specie quando i vostri presidenti, se mi passi la sottile analogia, sono a milioni e pure incazzati neri. per cui, scivola un po’ più giù su questa panchina lunga, fa’ il piacere. lasciaci soli col nostro dolore, fatte sto viaggetto in africa. no?

i miss your kitchen window view

“Anche da quest’altra parte, nel cuore del sud ribelle, ci sono trecentomila uomini con i fucili caldi che non aspettano altro che Bossi ci dica dove andarlo a prendere a lui e ai suoi sgherri padani”.

- Francesco Caruso (mi sembra tanto “facciamo a chi ce l’ha più lungo”)

“Non so cosa vuole la sinistra, noi siamo pronti. Se vogliono fare gli scontri io ho trecentomila uomini sempre a disposizione, se vogliono accomodarsi. I fucili sono sempre caldi”.

- Umberto Bossi

i’ll miss the boredom and the freedom and the time spent alone

“in questo catalogo i volumi sono due perché mi fanno pensare a due palle”
- vittorio sgarbi (in splendida forma)

” ‘quando mia madre mi vide dichiarò: la vestiremo sempre di marrone, è la nostra unica speranza’.”

- sister parish in “americane avventurose”

i was looking for a job
and then i found a job
and heaven knows i’m miserable now

“non voglio oppormi al corso immutabile delle cose. per un raffreddore ci vogliono otto giorni, dieci per un’influenza, e circa due anni per la perdita dell’uomo che si ama”

- brigitte giraud

vendicarsi di uno spoiler non segnalato, su debaser

(inutile dire “attenti agli spoiler”)

and there’s something to be said and it’s:
could i love you?

la bambina nel post di sotto si chiama wallis bird; ha 26 anni, nove dita di cui quattro ricucite un po’ alla bell’emmeglio, e siccome non ci facciamo mai mancare un irlandese se ne abbiamo la possibilità, ha anche passaporto di colà. ha anche una voce che quando è pianissimo è abbastanza fiona apple e quando è fortissimo è abbastanza janis joplin. e una tendenza a tingersi i capelli in maniera orrida. e una tecnica chitarristica incomprensibile e miracolosa, giacché, oibò, ci sarebbe questa tragica menomazione per via di un tosaerba (arg.)

[accosto un attimo per dire che ce l'ho con ani difranco non solo perché si ostina a mettere quelle scarpe orrende, non solo perché ha chiamato la figlia petah, e certe cose nei bambini creano danni, anzi dannii incalcolabili, ma soprattutto perché si è smarrita in un circolo virtuoso dove suonarsela e cantarsela sempre nella stessa maniera sempre delle stesse tre quattro situazioni di sofferenza e autolesionismo: insomma in breve ce le ha fatte come le bambole (direbbe la caporedattora)].

e wallis bird, senza stare a girarci attorno e ammorbidire, è ani difranco due, la vendetta: ani difranco senza il circolo virtuoso, senza le platform shoes, anzi con le converse verde smeraldo, una bambina che si diverte con le proprie canzoni, è di nuovo little plastic castle-time, trombettieri ogni tanto, l’altezza è un problema sul quale ridere in versi ma w.b. va verso l’alto, in tutti i sensi non solo quelli dei centimetri - non starei mai a consigliare una cover band, stiamo scherzando?

bird, come gli uccellini del parco di sabato al sole che cantano in un disco perfettamente primaverile, peccato sia uscito d’inverno l’anno scorso. ma non si può avere tutto dalla vita, nemmeno un sabotaggio all’anagrafe per la salute mentale della regazzina di aglio difranco (cit.) e del suo signor marito.

silently volatile

“Questa amministrazione va verso il ventennio leghista, e voi capite che il ventennio è una cosa che mi ricorda il passato, la maschia gioventù che lavorava, faceva il suo dovere e obbediva alle leggi”

- Giancarlo Gentilini

io per esempio non ci credo molto alle coincidenze. però non c’è una parola diversa e altrettanto sbadata, buttata lì, per parlare di quelle cose che devono succedermi e mi succedono, ma senza alterarmi la vita in maniera drammatica (che poi, chi può dirlo?). ma semplicemente mi fanno stare meglio, peggio, una limonata dal sapore poco più forte, non annacquata come al solito. incontri che cambiano una giornata ordinaria, una busta aperta dopo quando avrei potuto farlo prima e ricevere notizie in maniera diversa. e ancora, oggetti trovati che mi sembra vogliano parlare proprio con me: dire cose a me? sul serio? sì. fosse anche solo una moneta che era a terra a luccicare.

la decisione, impulsiva come tutte le mie decisioni, è di fare una strada diversa dopo essermi chiusa la porta alle spalle, magari - come succede - scendere dall’autobus a una fermata inesplorata, camminare per vedere dove vado a finire mentre lo shuffle decide che

it’s been quite of a while
since i could experience your brightness
now you’ve got a brighter smile
and i think i’m going to like it
talking ’bout the better things you know how to maximize
everything around you will become supersized

e c’è un libro che chiede solo dal nome dell’autore - una persona che non c’è più e non era scrittore di professione - di essere tirato su e di poter fare il resto della strada con te. victor cavallo è in una digressione di tante del libro di elena stancanelli “a immaginare una vita ce ne vuole un’altra”. victor cavallo è il titolo di quel libro, preso da una sua poesia lunga e complicata e accecante. victor cavallo, infine, è la cosa che di quello stancanellismo mi ricordo di più, ma non è un demerito. non pensavo che l’avrei mai incontrato. il libro non è molto vecchio, ma è già scomparso da tempo dai cataloghi. certe cose non interessano e basta. che ci vuoi fare? se uno nasce quadrato, eccetera. o forse non era questo che volevo dire, però mi sono spiegata lo stesso.

non ho bisogno di aprire le pagine e guardare dentro per sapere che quel libro lo prenderò, ma l’occhio entra subito a pagina 61,

una luce che cambia come me senza sapere
a immaginare una testa più dura
un cuore diverso
una piccola foresta più dentro
dove c’è il respiro

un libro trovato e pagato con una moneta trovata. insomma, sì, viene gratis. un regalo, ma da chi? e perché? e diciamo anche chissenefrega, via. difatti seduta davanti alla lapide di keats a leggere al sole passo a pensare ad altro e a come mi piacciono tutti questi fiori.

dall’altra parte del cortile rispetto al portone di dagnééé mentre mi affretto verso la citofonella. finestra aperta, parte un urlaccio: “ancora co’ sto cazzo di semolinoooh??”

mattina accaldata a porta portoise, scambio di battute fra potenziale cliente e potenziale comico di zelig off ma a tutti gli effetti venditore di scarpe: “ma mi staranno?” “guarda, è un 58. più grandi ce stanno le valigie”

… comprarmela!
jenny owen youngs

due etti di prosciutto e una mozzarella pettinicchio: 9 euro 02 cent. ripeto: nove euro e due centesimi. urge revisione della mia alimentazione.

“il tuo grado di compatibilità musicale con xyz è SPAVENTOSO”

last.fm